Vedere oltre: abitare i limiti, ascoltare i sensi, accettare la complessità.

Vedere oltre: abitare i limiti, ascoltare i sensi, accettare la complessità Viviamo in una società che ci spinge ad andare sempre avanti, a non fermarci, a non ammettere fatica. Eppure, proprio il rallentare, il riconoscere i nostri limiti — fisici, mentali, emotivi — è ciò che ci rende più umani. Quando non si vede, i confini diventano qualcosa da immaginare, da ascoltare dentro, non da osservare fuori. Non esistono più linee dritte o strade già tracciate: ci si orienta con le curve, con gli spigoli, con le rotonde dell’anima.

Una persona importante, una volta, mi disse: non dobbiamo vivere in modo lineare. Bisogna saper convivere pure con gli angoli, i paralleli e magari anche le rotonde. È così che sono ricominciata. Ho smesso di raccogliere i pezzi caduti per strada. Li ho rifatti. Con nuove forme, nuovi colori. Perché a volte ricostruirsi è più autentico che rimettere insieme ciò che non combacia più.

Dentro di noi convivono molte versioni: la forza e la fragilità, la paura e la speranza, la voglia di fare e il desiderio di fermarsi. Siamo fatti di ambivalenze. E non c’è nulla di sbagliato in questo. Come scriveva Carl Gustav Jung: “Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia.” Guardare dentro significa accettare che possiamo essere più cose insieme. Che possiamo sorridere e, nello stesso giorno, sentirci tristi. Possiamo avere l’entusiasmo di ricominciare e la stanchezza che ci fa desiderare solo silenzio. Non siamo incoerenti: siamo vivi.

Chi ha la vista ha spesso il privilegio di scegliere dove guardare. Può evitare, aggirare, ignorare. Ma chi non vede con gli occhi impara a farlo con gli altri sensi. L’udito diventa bussola, l’olfatto un filo invisibile, il tatto una forma di orientamento. E il cuore? Il cuore diventa visione.

Si dice spesso che chi non vede con gli occhi, vede col cuore. È vero. Ma vedere col cuore è un atto profondo, potente. Senza consapevolezza, può trasformarci in spugne emotive: assorbiamo tutto, anche ciò che ci consuma. Per questo è fondamentale imparare a porre dei confini: saper dire “questo è mio”, “questo no”, “qui mi fermo”.

Il filosofo Alain scriveva: “Nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni belli, se non si ha in sé un centro saldo.” E quel centro va costruito. Come? Riconoscendo che anche senza vista, possiamo “vedere” attraverso i sensi che spesso trascuriamo. Magari è proprio un odore che ci guida verso una pasticceria nascosta, o un suono che ci salva dall’attraversare nel momento sbagliato. Non si tratta solo di adattarsi: si tratta di abitare il mondo in un altro modo.

Oggi più che mai, ci sentiamo spinti a conformarci, a essere accettati, a non farci notare per la nostra diversità. Ma accettarsi profondamente è il primo passo per vivere davvero. Non per adeguarsi, ma per esprimersi. La diversità non è qualcosa da correggere: è una possibilità di arricchire gli altri e noi stessi.

Delineare i propri confini è, forse, la sfida più grande. Non si tratta di alzare muri, ma di creare mappe interiori. Dire “qui sto bene”, “qui ho bisogno di aiuto”, “questo sono io”. E poi, trovare il coraggio di mostrarle, anche quando tremano.

Perché in fondo, la vera forza non è nell’andare dritti senza inciampare. È nel sapersi rialzare ogni volta. Anche a occhi chiusi. E tu? Hai mai sentito il bisogno di riscrivere i tuoi limiti, di ridefinire la tua strada? Ti sei mai ritrovato a sentire più che vedere? Raccontamelo nei commenti: la tua esperienza può ispirare anche qualcun altro.

#conapelozza #IntelligenzaEmotiva #empatia #inclusione #meditazione

Lascia un commento