Perché leggere Eugenio Montale nel disordine del nostro tempo? 

Dandoti il braccio, almeno un milione di scale, e ora che non ci sei è il vuoto che cammina con me.

Ci sono poeti che non si leggono: si attraversano. Eugenio Montale per me è questo. Una presenza discreta e tenace che abita il silenzio, come il profumo di una casa antica che resta anche quando la porta si è chiusa. Eppure oggi, nel tempo della fretta, della voce sopra la voce, della parola che si consuma mentre si pronuncia, chi si ferma più a dare il braccio? Chi accetta di accompagnare – o farsi accompagnare – in un viaggio fatto di attese, memorie e incertezze?

Ho scelto di parlare di Montale non perché sia facile, ma perché è necessario. Perché oggi più che mai abbiamo bisogno di una poesia che non ci consola, ma ci interroga. Una poesia che non ci promette risposte, ma ci invita ad ascoltare.

Montale è un poeta dell’ascolto. Un ascolto che richiede lentezza, che pretende distanza dalle urla. È un poeta educato da un tempo in cui l’intimità era un valore, in cui la cultura era rigore e sete, in cui si imparava a riconoscere la bellezza nel frammento, nel dettaglio, nella mancanza.

La poesia “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale” è, per me, una delle più strazianti dichiarazioni d’amore mai scritte. Non c’è enfasi, non c’è pianto. C’è l’eco di un’assenza che ha scolpito una vita. Montale scrive come chi ha perso una guida e, perdendola, si accorge di quanto fosse sorretto. In quei versi si annida la consapevolezza che ciò che amiamo davvero ci forma senza rumore, ci sostiene come un gesto quotidiano, come un passo dopo l’altro.

Leggere Montale oggi è un atto controcorrente. È scegliere il silenzio in mezzo al frastuono. È restituire valore alle pause, ai pensieri incompiuti, alle scale scese con qualcun altro accanto. È ricordarsi che l’intimità è fatta di complicità invisibili, e che la poesia può ancora essere il luogo in cui ci si riconosce fragili senza vergogna.

La sua lirica non offre spettacolo. Non urla, non brilla, non cerca like. Ti chiede di rallentare, di guardare dentro. Ti chiede chi hai perso, chi hai amato, chi ti ha insegnato a camminare.

Montale è un’eredità viva. Leggerlo è un esercizio di ascolto, un modo per tornare a sentire la voce del tempo, non quello dell’orologio, ma quello della memoria, dell’anima, della poesia. In un mondo che corre, leggere Montale è decidere di accompagnare, ancora una volta, qualcuno lungo una scala. Anche se non c’è più. Anche se resta solo il braccio teso nel vuoto, e le parole per non dimenticare.

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