Attraversare la poesia con lo sguardo di Franco Erminio.

 Franco Arminio, per me, è una presenza silenziosa che arriva nei momenti in cui ho bisogno di fermarmi. Non è solo un poeta: è qualcuno che ti riporta alla verità delle cose semplici, che ti ricorda che esistere non è correre, ma sentire. Le sue parole non chiedono attenzione, ma la ottengono. Perché toccano dove spesso non ci si guarda.

Una delle sue frasi dice:
“Abbiamo bisogno di rallentare, di respirare, di tornare a vedere.”
E ogni volta che la rileggo, sento che parla anche a me, a chi come me non vede con gli occhi, ma cerca una visione più profonda. Una che passa per l’ascolto, per la memoria, per il cuore.

La sua poesia è fatta di paesi che sembrano piccoli e invece contengono il mondo. È una geografia dell’anima, dove ogni angolo è abitato da ricordi, silenzi, vite che resistono. Arminio racconta un’Italia che molti ignorano, ma che io sento mia. Non perché l’abbia attraversata tutta, ma perché la riconosco. È l’Italia che profuma di pane, di pioggia sui muri scrostati, di mani che ancora si stringono. È l’Italia che ha cura.
“I paesi non sono luoghi da cui fuggire, ma mondi da abitare con attenzione,” scrive. E io credo che valga anche per le persone: non sono da attraversare in fretta, ma da abitare con delicatezza.

C’è una tenerezza nel suo modo di scrivere che consola.
“Non si vive se non si guarda,” dice. E guardare, per me, è anche sentire il rumore dei passi che si avvicinano, riconoscere la voce di chi resta, accorgersi del tempo che passa non per paura, ma per rispetto. Arminio mi insegna che tutto ha diritto di esistere: anche la malinconia, anche la lentezza, anche il dolore se lo si accoglie.

Credo che la sua poesia oggi sia necessaria. Perché ci educa al silenzio, al rispetto, alla meraviglia. Non ci dà soluzioni, ma ci pone domande. E in quelle domande ci si può ritrovare, riscoprire.
“La poesia non serve a spiegare, ma a salvare,” ha detto una volta. E io ci credo.

Arminio non scrive per farsi vedere, ma per farci vedere. E in un tempo che ha dimenticato la bellezza delle cose invisibili, la sua voce resta una luce lieve, che non abbaglia, ma accompagna.

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