Tra un vino e un verso

Ci sono cose che si imparano solo sedendosi, davanti a un bicchiere di vino, in silenzio, con il mondo che rallenta. Non nei libri, non nelle aule, ma in quel momento sospeso in cui il calice cattura la luce e il profumo ti chiede di aspettare. Il vino insegna la pazienza, una lezione che la vita spesso dimentica di offrire. Nulla di ciò che è prezioso nasce in fretta: dal grappolo alla bottiglia c’è un cammino lento, fatto di mani che raccolgono, di stagioni che si alternano, di attese che trasformano. È una forma di amore, questo saper aspettare. È la cura di chi sa che il tempo non ruba, ma dona profondità, come fa con un rosso lasciato invecchiare o con un’esistenza che si lascia affinare.
Il vino insegna l’attenzione, quella vera. Al primo sorso credi di aver capito tutto: il gusto, la storia, l’essenza. Ma poi, se gli dai tempo, se lo lasci respirare, ti sorprende. Si apre, si racconta, diventa altro. È come con le persone, con i sentimenti: non si afferrano di corsa, non si decifrano al volo. Chiedono di essere guardati, ascoltati, vissuti. Quante volte abbiamo giudicato troppo in fretta, senza lasciare spazio al secondo sorso, alla sfumatura che arriva dopo? Il vino ti ricorda di non farlo.
E poi c’è la misura, forse la sua lezione più sottile. Il vino non ama gli eccessi: non è l’ubriacatura, ma l’intensità che cerca. Quel punto perfetto in cui il piacere accende i sensi senza spegnerli, in cui ogni sorso ti rende più presente, non ti fa scappare. È un invito a ricordare meglio, a custodire i momenti, non a perderli. È il contrario della fretta, della distrazione, del troppo che ci travolge.
I grandi scrittori l’hanno sempre saputo: il vino non è solo una bevanda, è una voce. Nei libri non compare mai per caso. È lì, discreto ma vivo, quando si brinda alla gioia o si annega un dolore, quando si scrive o si tace. In Omero è sacro, un dono per gli dèi prima che per gli uomini, un ponte tra il cielo e la terra. In Catullo è carne, risata, il calore di una notte che non vuole finire. Baudelaire lo rende fuga, ma anche elevazione, un modo per toccare l’infinito senza perdersi. Pessoa lo sorseggia tra malinconia e finzione, come se l’identità si trovasse più facilmente con un bicchiere in mano. Nel nostro Pavese il vino parla la lingua dei campi, delle amicizie che non hanno bisogno di parole, di colline che profumano di casa. In Duras è un silenzio che si riempie, una pausa dove le parole non dette trovano spazio.
La letteratura non usa il vino per abbellire: lo sceglie per ciò che rappresenta. È corpo, è verità, è memoria liquida che sa raccontare. È il coraggio di guardare più a fondo, di leggere tra le righe della vita, di trovare poesia anche nel quotidiano.
Ogni calice è un frammento di mondo. È un viaggio che inizia in una vigna lontana e finisce sulle tue labbra, portando con sé terre, storie, mani che hanno lavorato sotto il sole. Anche quando bevi da solo, non lo sei mai davvero: il vino chiama presenze. Un ricordo, un pensiero, una persona che non c’è più o che vorresti accanto. È un invito a fermarti, a sentire, a capire. A vivere il momento con la stessa cura con cui è stato creato.
Per questo, dopo aver lasciato che queste riflessioni si posassero, voglio chiudere con una poesia. Perché il vino non si beve e basta. A volte chiede di essere detto, di diventare parola, verso, anima. Di trasformarsi in qualcosa che resta.

Vino e Notte

Nel silenzio della notte, tra colline avvolte,
una giovane donna, con un calice in mano,
riflette sulla vita, su strade percorse,
mentre il vino rosso, profondo, è sovrano.

Le stelle brillano come sogni sospesi,
il vino si versa, liquido e denso,
racconta di terre, di amori intrisi,
di vite trascorse in un istante intenso.

L’aroma si spande, un soffio di storia,
di mani che curano, di vite donate,
il calice colmo, la sua memoria,
un sorso che svela notti sognate.

Sulle colline piemontesi, silenti,
le vigne si vestono di antiche ballate,
la donna sorseggia, gli occhi lucenti,
in un brindisi muto alle ore passate.

Ogni goccia è un riflesso, un palpito lento,
un eco di voci, di risa lontane,
nel vino ritrova un profondo tormento,
un abbraccio caldo, dissolto nel pane.

Il cielo abbraccia la terra, infinito,
e lei con il vino, si sente completa,
una giovane donna, nel calore assopita,
vive la notte, la sua anima quieta.

Seconda classificata nel concorso letterario “Voci di Notte – VITE/VINO”

https://www.concorsiletterari.net/rassegna-stampa/vincitori-10-concorso-letterario-voci-di-notte-vite-vino/

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