
C’è una corrispondenza profonda tra gli spazi che abitiamo e le stanze che ci abitano. Proteggere una casa significa anche, in un modo segreto, proteggere se stessi. Le pareti esterne rispecchiano le nostre pareti interiori, quelle invisibili, fatte di pensieri, battiti, ricordi.
Ogni stanza ha il suo corrispettivo nell’anima: la cucina è il nostro desiderio di nutrimento, non solo fisico, ma affettivo; il soggiorno è la voglia di condivisione, anche quando restiamo soli con noi stessi; la camera da letto custodisce i sogni e le ferite che mostriamo solo al buio; il bagno, come un piccolo tempio, è dove ci spogliamo non solo dei vestiti ma delle maschere.
Proteggere questi spazi è un atto d’amore. Significa scegliere cosa far entrare e cosa lasciar fuori. Le persone che accogliamo, le parole che permettiamo di restare, i pensieri che decidiamo di coltivare. Anche dentro di noi ci sono luoghi da spolverare, ferite da arieggiare, angoli in cui poggiare una luce gentile.
Il cuore, ad esempio, ha bisogno del suo spazio protetto, come un piccolo giardino dove non tutti devono entrare. La mente ha bisogno di ordine e silenzio, come una biblioteca in cui ogni libro ha il diritto di essere letto con rispetto. L’anima, infine, è quella casa segreta che nessuno vede, ma che ci chiede ogni giorno di essere abitata con verità. proteggere gli spazi Proteggere gli spazi, allora, non è un gesto banale. È una scelta spirituale, una forma di presenza. È dire: non tutto può entrare, non tutto merita di restare. E nel farlo, impariamo a rispettare la sacralità del nostro stare al mondo, dentro e fuori, con cura.
Lascia un commento