
Sembravo un coniglio bianco. Correvo avanti e indietro per non deludere, per farmi voler bene da lui. Mi inventavo mille personalità: quella sorridente anche quando il cuore piangeva, quella pimpante che nascondeva la stanchezza, quella perfetta che non osava guadagnarsi uno sguardo storto, quella sempre in linea, quella che non sbaglia mai. E se sbagliava, se lo teneva dentro, zitta, come una condanna.
Ero un po’ Alice, smarrita in un mondo che non riconoscevo più, ma anche un po’ lo Stregatto, con un sorriso finto cucito addosso e la voglia matta di sparire. Cercavo di camuffare le righe, quelle che non sono dritte, che non vogliono saperne di allinearsi.
Mi facevo mille viaggi, sì, ma soprattutto dentro la mia testa. Una giostra impazzita, montagne russe senza fine, salite d’euforia e discese che toglievano il fiato. Lui era al comando. Bastava una parola, un tono, uno sguardo. La sua voce autoritaria decideva l’umore delle mie giornate. Una voce che pretendeva di brillare anche quando non aveva più luce, e io… io facevo da specchio, riflettendo ciò che non ero per amore di un’illusione.
Oggi capisco che travestirsi per essere amata è il modo più silenzioso per sparire. Che l’amore vero non chiede travestimenti, non ti spezza per poi ricomporti a suo piacimento. L’amore vero ti vede, anche quando non sorridi. Ti vuole, anche quando sbagli. E ti lascia spazio, respiro, verità.
E se oggi inciampo ancora nelle righe storte della mia storia, almeno lo faccio con passo mio, senza più fingere di essere mille quando, finalmente, ho il coraggio di essere una: me stessa.
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