Le forbici del re 

Le forbici del Re

Il Re dei Forti aveva un paio

di forbici d’oro col manico gaio.

“Taglio le lacrime, cucio i silenzi,

spavento i timidi, premio i violenti.”

Camminava fiero, senza tremare,

strappando i sogni a chi osava sognare.

“Nel mio regno — diceva — vietato sentire!

Chi è fragile, taccia. Chi sogna? Dormire.”

Ma un giorno passò, senza farci caso,

una bambina col viso raso

di ferite leggere, ma tutte vere,

con dentro il cielo, le notti, il sapere.

“Cos’hai lì?” chiese il Re infastidito.

“Una poesia che non hai mai udito.”

Lei aprì la bocca, ma non disse niente:

solo un silenzio, tondo, pungente.

Il Re alzò le forbici, pronte a tagliare,

ma il silenzio era troppo per poterlo afferrare.

Gli entrò negli occhi, gli fece tremare

perfino il trono… e cadde a pensare.

Da quel giorno il Re — dicono in tanti —

usa le forbici solo per i nastri

dei regali che ora sa fare

a chi ha il coraggio… di non comandare.

Riflessione

Viviamo in un tempo che premia la forza come apparenza, la voce più alta, il passo più deciso. Ma c’è una forza che non si impone: è quella che nasce dal dolore vissuto e trasformato, dal silenzio ascoltato fino in fondo. I fragili non sono deboli. Sono profondi. E proprio per questo fanno paura ai re di ogni tempo, che tagliano ciò che non comprendono.

Questa poesia è un invito a riconsiderare il potere: non più come dominio, ma come capacità di accogliere l’altro senza piegarlo. Il Re cade solo quando si lascia toccare. E il mondo cambia non quando vince chi grida, ma quando resiste chi non smette di sentire.

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