
Ho visto la notte graffiarmi la pelle,
i sogni caduti, le stelle ribelli,
eppure nel buio trovavo il cammino,
una voce segreta che chiama vicino.
Ho amato chi mai sapeva restare,
ho dato parole che non sai contare,
e mentre il silenzio bruciava le vene
io scrivevo versi, catene su catene.
Il mondo è una gabbia dipinta d’argento,
ti illude di pace, ti ruba l’incanto,
ma dentro ogni cuore che trema e che osa
c’è ancora il profumo selvaggio di rosa.
Ho pianto sui giorni che non tornavano,
sulle bocche mute che non parlavano,
e ho riso soltanto quando ho compreso
che il dolore, se accolto, diventa un paese.
Non temo la morte, la porto con me,
compagna di strada, sorella di sé,
mi sussurra piano che tutto è già scritto,
ma che vivere resta il più santo conflitto.
E allora cammino, scalza nel vento,
con mille ferite ma un solo tormento:
restare me stessa, nel fango e nel bene,
cantare la vita che brucia le vene.
Perché io sono fuoco che mai si consuma,
sono piaga aperta, ma anche la piuma,
sono l’urlo e la carezza sottile,
l’inferno, il perdono, la gioia, l’aprile.
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