
Spesso mi sorprendo a pensare che la vera libertà non è soltanto scegliere, ma anche non permettere. Non permettere che il mio spazio interiore, il mio pensiero, la mia sensibilità vengano usati come terreno di coltura per atteggiamenti che logorano, che sottraggono, che svalutano.
Perché sì: ci sono comportamenti che non dovrei mai accettare — e non accetto più — perché mi appartengo. E dire “mi appartengo” significa riconoscere che la mia voce, il mio desiderio di autenticità, il mio bisogno di relazione sincera sono validi. E qualsiasi cosa pretenda di sminuirli, manipolarli, renderli oggetto di controllo altrui… è tossico.
Riconosco che i comportamenti tossici assumono forme diverse: la manipolazione delle percezioni — come quando qualcuno ti fa dubitare della tua esperienza, ti dice “non è successo”, “sei tu che stai esagerando”. Oppure la svalutazione silenziosa: battute che tagliano, commenti che riducono, indifferenza che erode. O la costante regia del controllo: isolarti, convincerti che i tuoi amici o la tua famiglia sono “un peso”, “una distrazione”, così da avere via libera.
E io dico: non è accettabile. Non per me. Non quando ogni gesto, ogni parola che rivolge verso di me può essere un piccolo graffio nella mia autostima, un passo verso un labirinto dove dimentico chi ero. “Tossico” significa: continua, ripetuto, corrosivo. Non un singolo errore — perché sbagliamo tutti — ma un modello che si manifesta, alimenta, giustifica.
Accettare questi comportamenti sarebbe tradire il rispetto che devo a me stessa, sarebbe negare che merito un contesto dove posso respirare, crescere, sbagliare, rialzarmi — senza che ci sia qualcuno lì a dirmi che ho torto solo per aver vissuto.
Quindi scelgo: limiti chiari. “Questo non lo facciamo”. “Così no”. “Questo mi fa male”. E “se continuiamo su questa strada, non posso stare qui”. Non come minaccia, ma come rispetto. Perché il rispetto che do agli altri deve iniziare con il rispetto che do a me stessa.
E voglio dire qualcosa a te che leggi: puoi usare questa riflessione come uno specchio. Se in uno dei tuoi rapporti — d’amicizia, amore, famiglia, lavoro — senti la voce interna che frena, che sussurra “non è giusto”, ascoltala. Non è un’aggressione rivolta all’altro, è un atto rivolto a te. Per te.
Alla fine, la vita non è solo sopravvivere a certe dinamiche — è vivere dentro relazioni che mi vedono, che mi rispettano, che mi permettono di esistere con la mia complessità, con le mie vulnerabilità, con la mia forza. E tutto ciò che mina questo diritto non ha posto nella mia esistenza.
Questo è il mio patto con me stessa.
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