
Ti racconto questa storia perché, forse, è anche la tua.
Lo conobbi d’estate, in una di quelle sere in cui il vento sa di sale e la notte sembra promettere qualcosa di speciale. C’era il rumore del mare in lontananza e il suo sguardo addosso a me. Magnetico, deciso. Uno di quelli che entrano nella tua vita con la sicurezza di chi non deve chiedere, perché è abituato a prendere.
Otto volte. Otto sguardi per dirgli, senza parole, che lo trovavo speciale.
E lui lo sapeva. Se lo aspettava. Lo voleva.
All’inizio, era tutto perfetto. Diceva le cose giuste, nel modo giusto. Sapeva quando guardarmi, quando toccarmi, quando farmi sentire l’unica persona sulla faccia della terra. Mi faceva salire sulle montagne russe con lui, e in alto, così in alto, il mondo sembrava un posto bellissimo.
Il primo giro fu emozionante.
Poi arrivò il secondo. E iniziarono le discese.
Le sue attenzioni non erano più esclusive, ma io cercavo di non farci caso. Se notavo qualcosa, rideva: “Sei troppo sensibile.” Se provavo a parlargli, sospirava: “Stai esagerando.” Se mi faceva male, alzava gli occhi al cielo: “Non farne un dramma.” E io? Io cominciai a pensare che avesse ragione.
Senza accorgermene, diventai Eco.
Ripetevo i suoi pensieri, annuivo ai suoi discorsi, gli restituivo il riflesso che voleva vedere. Un amore costruito sulla mia scomparsa. Più mi perdevo, più lui brillava. Ogni sua frase diventava verità, ogni suo gesto un comandamento. “Senza di me, chi saresti?” Sottinteso, mai detto.
Il quarto giro arrivò come una lama.
Le sue parole non erano più carezze, ma schegge. “Non sei più quella che mi piaceva all’inizio.” Ero sempre io, ma non andava più bene. Lui doveva ridurmi, consumarmi, perché la mia sicurezza era un ostacolo al suo dominio. Più mi faceva dubitare di me, più lui diventava il mio centro.
Il quinto giro fu fatto di silenzi.
Mi ignorava quando gli serviva, mi faceva sentire invisibile. Poi, all’improvviso, arrivava il bombardamento d’amore.
Mi travolgeva di attenzioni, di parole dolci, di “non posso perderti”. E io? Io credevo a ogni sillaba.
Perché quando un narcisista ti spezza, non lo fa mai tutto in una volta. Ti distrugge un pezzo alla volta, per farti credere che puoi ancora aggiustarlo.
Ma lui non tornava mai.
Al sesto giro iniziai a vedere le crepe. Al settimo, capii che non era un uomo speciale. Era un uomo vuoto. Un uomo che si nutre di chi ha accanto, perché senza, non ha nulla.
E così arrivò l’ottavo giro. L’ultimo.
Non ero più il cervo braccato. Non ero più Eco, che ripete le parole di un altro. Ora ero Nemesi, la giustizia che arriva silenziosa.
L’ottava volta che mi trascinò nel suo gioco, dissi NO. NO alla sua voce che mi spegneva. NO alla sua insicurezza travestita da superiorità. NO a questa giostra che girava solo per lui, mentre io diventavo un’ombra.
E scesi.
Il terreno sotto di me tremava, il vuoto era spaventoso. Ma poi, tra la terra smossa, vidi qualcosa.
Un bucaneve.
Un fiore fragile, eppure così forte da sbocciare nel gelo.
Come me.
Come chiunque abbia amato un narcisista e ne sia uscita.
Guardai la giostra girare ancora, pronta per un’altra preda. Ma io ero libera. Finalmente. E stavolta, nessuno mi avrebbe mai più fatta salire.
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