Quando smetto di lottare, ricomincio a vivere

Guarire non significa tornare come prima. Per tanto tempo ho creduto che la serenità coincidesse con ciò che avevo già vissuto, che il passato fosse l’unico luogo possibile in cui ritrovare me stessa. Poi ho capito che la guarigione arriva solo quando smetto di rimuginare, quando accetto che tornare indietro non è possibile e, forse, nemmeno necessario.

Guarire è cercare punti di incontro con me stessa, non per convincermi che va tutto bene, ma per fare pace con ciò che è stato. La pace interiore nasce dal riconoscimento, non dall’oblio. E quando finalmente riesco a guardarmi senza giudizio, senza rimpianto, senza la tentazione di riscrivere la mia storia, allora — proprio allora — sento che sto guarendo.

Accettare le cicatrici significa dare voce alle esperienze che mi hanno attraversata. Significa riconoscere che ciò che mi ha ferita mi ha anche resa più profonda, più vera. Le cicatrici non chiedono di essere cancellate, ma integrate. Diventano parte della mia voce, non motivo di vergogna. E guarisco ogni volta che smetto di fare la guerra alle cose che mi hanno fatto male, alle cose che non posso cambiare.

Ho compreso che la vita non accade contro di me, ma attraverso di me. Mi modella, mi apre, mi spezza e poi mi rimette insieme. E ogni volta che risalgo dall’abisso, torno su diversa: più limpida, più trasparente, più consapevole. Non perché non abbia sofferto, ma perché non ho lasciato che il dolore decidesse al posto mio.

La guarigione non ha annunci, non arriva con un lampo. Accade in silenzio, quando smetto di lottare contro ciò che è già successo e inizio ad abitare davvero il presente. Guarire non è un ritorno: è una rinascita. È sapere che, dopo tutto, sono ancora qui. Con il cuore più maturo, con meno illusioni ma più verità. Con la capacità, finalmente, di lasciarmi attraversare dalla vita senza perdermi.

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