La diretta del secolo

Il telefono era in bilico sul treppiede, inquadrava bene il volto truccato di Sofia, la parete chiara dietro di lei, e il neon a forma di cuore che mandava luce rosa sopra la scritta Be yourself. Quella frase, così falsa nella sua stanza, brillava con la stessa tenacia delle bugie dette ogni giorno.

Sofia aveva diciannove anni e non era nessuno. Lo sapeva bene. Lo era stata fino a due anni prima, prima che iniziasse a postare video su TikTok, prima che imparasse a dire quello che gli altri volevano sentirsi dire: skincare economiche, consigli su come “farsi volere bene”, falsi aneddoti su ragazzi ricchi e ossessionati da lei. Ogni video era una piccola messa in scena. E più mentiva, più like riceveva. Aveva letto da qualche parte che anche nell’antica Roma la folla adorava il sangue, lo spettacolo, l’esagerazione. E lei stava facendo proprio quello: offrire panem et circenses digitali.

Sua madre non capiva. «Perché non vai a lavorare davvero?», le diceva ogni mattina, spalancando la finestra. «Non puoi vivere di niente. Che ti rimarrà fra cinque anni? Una faccia da filtro?»

Sofia si stringeva nelle spalle e tornava sotto le coperte. Aveva un obiettivo, e non lo nascondeva nemmeno a sé stessa: voleva essere vista, riconosciuta, desiderata. Voleva che il mondo intero la guardasse. Perché non l’aveva mai fatto nessuno davvero. Né suo padre, andato via troppo presto, né i ragazzi a scuola, che la prendevano in giro per i denti sporgenti. Nemmeno Dio, forse, si era mai accorto di lei.

Così ogni giorno creava contenuti. All’inizio erano pochi follower, poi qualche brand di rossetti, infine era arrivata la collaborazione con un’agenzia di Milano. «Hai uno storytelling autentico», le avevano detto. Lei aveva sorriso senza capire. Stava solo mostrando una vita che non era la sua. Ma forse era proprio quella la chiave: sembrare reale nel finto. O finta nel reale. Non lo sapeva più.

Il 25 aprile del 2024, decise di fare qualcosa di epico. Una diretta per “raccontare la mia storia vera”. Una confessione, aveva scritto nella storia Instagram, con un filtro che le ingrandiva gli occhi.

Alle 18:00, cinquemiladuecento persone erano collegate.

Si mise a piangere. A raccontare. A parlare di suo padre, della fame vera, delle notti senza riscaldamento, della sua epilessia, del fatto che a tredici anni voleva scomparire. Disse di avere paura ogni volta che leggeva i commenti cattivi, che aveva smesso di mangiare per sembrare perfetta. Che nulla era vero: non aveva amici ricchi, non aveva mai viaggiato, e il ragazzo che mostrava era un attore pagato su Fiverr.

Ci fu silenzio. Alcuni ridevano. Altri scrivevano: Fake, Che vergogna, Sta solo cercando altri like. Ma per la prima volta, Sofia non si sentì vuota. Aveva detto la verità. Aveva smascherato il gioco. Aveva preso il suo dolore e lo aveva mostrato così com’era, nudo, senza luci rosa.

Chiuse la diretta. Si sdraiò per terra, con le gambe sollevate sulla sedia. Non pianse. Non sorrise. Rimase lì.

Il giorno dopo perse ventimila follower. Alcuni profili che la seguivano le scrissero che non era più “ispirante”, che “si era rovinata l’immagine”. Una ragazza le scrisse solo: Anch’io mi sento così ogni sera. E bastò.

Per mesi non pubblicò nulla. Tornò a studiare. Comprò libri. Si avvicinò alla storia. Lesse di Hannah Arendt, di Primo Levi, di chi aveva cercato la verità nel mondo anche quando faceva male. Lesse di donne dimenticate, di vite non raccontate. E si chiese: se usassi i social per questo?

Il 2 giugno, giorno della Repubblica, pubblicò un reel diverso: un estratto dalla Costituzione letto da lei, con il volto struccato, la voce ferma.

Quel video fece ottanta like. Nessuna collaborazione. Nessuna lode.

Ma una ragazza di Bari le scrisse in privato: Hai una voce bellissima. Hai mai pensato di leggere per chi non può farlo? Mio nonno è cieco, vorrebbe ascoltare i libri. Ma nessuno lo fa.

Sofia guardò il messaggio. Sorrise.

Non era diventata famosa.

Ma finalmente, era diventata vista.

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