Galassie interiori: una riflessione sul partire

Ci sono giorni in cui sento che la Terra non basta a contenere tutti i miei pensieri. Le domande restano sospese nell’aria, senza trovare un posto dove posarsi. Allora immagino di viaggiare altrove, non per fuggire, ma per respirare più profondamente. Viaggiare diventa un gesto silenzioso di cura: un modo per guardare la mia solitudine come si osservano le stelle, presenti anche quando sembrano invisibili. Scrivo così, aprendo una finestra dentro di me, per lasciare entrare luce e far uscire ciò che pesa. Per ricordarmi che, a volte, anche l’universo ha bisogno di compagnia, e che nei suoi spazi immensi posso imparare a non temere i miei vuoti.

Se io dovessi viaggiare a un altro pianeta

per ritrovare un amore perduto,

quello rimasto sulla Terra come un avanzo scadente,

forse me lo regalerebbe Saturno:

in quel cerchio che brilla,

in quell’attesa che gira lenta

come chi aspetta qualcosa che non arriva mai.

E se salissi su una cometa

per cercare una stella cadente

che da queste parti non passa più,

chissà se le galassie parlano la mia lingua,

se conoscono il desiderio,

il sonno che si perde,

le domande mute.

Io ci provo.

Il mondo è troppo grande per capirlo tutto,

la mente troppo piccola per abituarsi.

Allora chiudo gli occhi

e viaggio con i pianeti solitari

che non chiedono spiegazioni—

girano e basta.

Metto in valigia una manciata di dubbi,

due sogni stropicciati,

e il coraggio di chi parte

senza sapere il ritorno.

Forse su Marte qualcuno ascolta i miei pensieri,

forse su Nettuno si piange come piango io,

forse su Venere

l’amore si scrive ancora con la penna.

E continuo a viaggiare

tra satelliti distratti

e buchi neri che sussurrano segreti,

con la testa leggera e il cuore pesante.

Perché in fondo,

anche l’universo, a volte,

si sente solo.

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