
Una poesia introspettiva è un ritorno: non verso il passato, ma verso quelle stanze interiori che abitiamo senza guardarci davvero. Ogni verso può diventare una torcia, ogni immagine uno specchio. Scrivere — o leggere — parole così è un modo per ascoltare ciò che dentro di noi parla piano, ma dice il vero. Questa poesia nasce proprio da quell’ascolto: dal tentativo di distinguere la nostra voce dal rumore di fondo.
Il Rumore del Fondale
C’è un silenzio che non è assenza,
ma un sedimento di parole mai dette,
come il peso dell’acqua sul fondo
dove la luce arriva stanca, a fette.
Scendo le scale di questa mia casa,
stanza per stanza, pelle per pelle,
scoprendo che il muro che mi protegge
è lo stesso che nasconde le stelle.
Mi chiedo se sono la riva o l’onda,
se sono il vento o la vela spezzata;
spesso cerco la mia voce nel coro
ma la trovo solo se resto in ascolto,
nella fessura tra il battito e il fiato.
Non c’è fretta di uscire alla luce,
perché è nel buio che il seme riposa;
imparo a chiamare col proprio nome
ogni mia spina, prima di ogni mia rosa.
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