Abitare l’irrisolto

Viviamo nell’illusione di poter pianificare tutto. Tracciamo mappe per i sentimenti, fissiamo coordinate, costruiamo l’identikit della persona “giusta” e della relazione “possibile”. Ma la vita, con una precisione quasi ironica, sposta i numeri mentre li stiamo scrivendo.

L’amore assomiglia a un problema mal posto: cambi le variabili e il risultato non torna. È un irrisolto continuo. Eppure è proprio in quello scarto, tra ciò che avevamo previsto e ciò che accade davvero, che prende forma il legame umano. Accettare che l’amore non risponda alle aspettative non è una resa, ma un passaggio. È smettere di difendere un’idea e iniziare a reggere una presenza.

L’irrisolto allora non è un difetto da correggere, ma una condizione da abitare. Un luogo instabile in cui si resta senza formule, con la sola possibilità di stare.

Ho preso la matita.

Ho cercato l’uscita.

Volevo risolvere il fatto

del cuore che resta intatto

mentre la vita lo trita.

Cercavo il resto, il pareggio,

nel bene come nel peggio.

Ma l’amore — che guasto! —

non entra nel mio basto,

non sale sul mio carteggio.

È un’incognita storta.

È un’ombra sotto la porta.

E più lo vuoi spiegare,

più ti trovi a tremare

con la logica morta.

È l’errore nei progetti.

L’irrisolto nei cassetti.

Perché — se i conti rifletti —

l’amore non è quello che ti aspetti.

Lascia un commento