Mi cerco dove tutto accade

Ci sono giorni in cui mi cerco come si cerca qualcosa che si è perso senza sapere esattamente quando. Non c’è un momento preciso in cui mi accorgo di non essere più dove pensavo di essere, ma sento una distanza sottile, quasi invisibile, tra ciò che vivo e ciò che sono.

Mi cerco nella quiete, quando il mondo rallenta e ogni rumore si attenua fino a diventare un sottofondo lontano. È lì che provo ad ascoltarmi davvero, tra un respiro e l’altro, tra un pensiero che nasce e uno che si dissolve. In quei momenti mi sembra di avvicinarmi, di sfiorarmi quasi, come se bastasse poco per riconoscermi completamente.

Eppure non è mai definitivo.

Perché poi arriva il caos. Arrivano i giorni pieni, le parole non dette, le emozioni che si accavallano senza ordine. E in quel disordine, invece di perdermi, succede qualcosa di inatteso: mi ritrovo. Non nella chiarezza, ma nella verità più cruda. Nel battito accelerato, nella confusione, nella fragilità che non si nasconde.

Ho capito, con il tempo, che non esiste un unico luogo in cui trovarsi. Non esiste una versione stabile, ferma, definitiva di me. Sono fatta di passaggi, di trasformazioni continue, di stati che cambiano come il cielo durante una giornata inquieta. E forse è proprio questo che mi spaventa e mi salva allo stesso tempo.

Cerco me stessa nella bellezza delle piccole cose, nei dettagli che spesso passano inosservati: una luce che entra da una finestra, un silenzio condiviso, una sensazione improvvisa che non so spiegare ma che sento vera. Mi cerco anche nelle crepe, nei momenti in cui qualcosa si rompe e lascia spazio a una luce diversa, meno perfetta ma più autentica.

E ogni volta che penso di aver capito chi sono, qualcosa cambia. Non perché mi sia persa di nuovo, ma perché sto evolvendo, anche quando non me ne accorgo.

Chi legge potrebbe riconoscersi in questo movimento continuo. In questa sensazione di essere sempre in bilico tra ciò che si è stati e ciò che si sta diventando. Perché in fondo non siamo fatti per restare fermi. Non siamo destinati a definirci una volta per tutte.

Siamo attraversamenti.

E allora forse il senso non è arrivare, ma restare in ascolto. Non è trovare una risposta definitiva, ma avere il coraggio di continuare a porsi domande. Non è possedersi completamente, ma accettarsi nel cambiamento.

Lei lo impara lentamente, senza accorgersene davvero. Impara che non deve smettere di cercarsi per sentirsi completa. Che la ricerca non è una mancanza, ma una forma profonda di presenza. Che ogni dubbio, ogni incertezza, ogni deviazione è parte del suo modo di esistere.

E così continua. A perdersi, a ritrovarsi, a trasformarsi.

Perché, forse, non è ciò che trova a definirla.

Ma il fatto che non smette mai di cercarsi.

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