
Giorgio Caproni
Congedo del viaggiatore cerimonioso
Amici, credo che sia meglio per me
cominciare a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora d’arrivo,
e neppure conosca quali stazioni
precedano la mia, sicuri segni
mi dicono, da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto dalla partenza,
e molto vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Anche se, come suol dirsi,
non c’è stato gran che da dire
(e forse neppure da pensare),
pure quell’inventare facile, nel dire agli altri
ciò che mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare,
e quell’odiarci un poco, e quel volerci
un po’ di bene,
e quel seguir l’uso, e quel discorrere
del più e del meno,
e quel fumare insieme,
è stato bello. È stato bello.
Congedo a te, dottore, e alla tua dottrina;
congedo a te, ragazzina smilza,
e al tuo lieve afrore di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta mite
è sì lieve spinta;
congedo a te, militare,
e alle tue guerre;
congedo a te, sacerdote,
e al tuo Dio;
congedo perfino a te, sapienza,
e a te, amore, e a te, religione.
Di questo, sono certo: io son giunto
alla disperazione calma, senza sgomento.
Amici, credo che sia meglio per me
cominciare a tirar giù la valigia.
Buon proseguimento.
Amici miei, lettori che vi affacciate ora su questi versi come su un finestrino appannato, permettetemi di fermarmi un istante sulla soglia di questa poesia di Giorgio Caproni. Io, che ho sempre guardato la vita come un treno in corsa tra nebbie e stazioni mai annunciate, sento in queste parole una risonanza profonda. Sono versi scritti per noi: per chiunque, un giorno o l’altro, dovrà sollevare le braccia e «tirar giù la valigia».
Caproni non urla, non drammatizza. Parla con una cortesia quasi imbarazzata, come chi sa di disturbare ma non può farne a meno. Quel semplice gesto di prepararsi alla discesa è un atto quotidiano eppure definitivo. Il viaggiatore non conosce l’orario, ignora quali stazioni precedano la sua, ma i «sicuri segni» sono lì: un rumore diverso del ferro sulle rotaie, un odore di fumo umido, un presagio che giunge all’orecchio. La morte, per Caproni, non arriva con la fanfara; arriva con la puntualità discreta di un controllore che non ha bisogno di timbrare il biglietto.
Da poetessa, ho sempre creduto che la vita sia fatta soprattutto di invenzioni condivise. In quel vagone si chiacchiera, si scambiano sigarette, si intrecciano storie che forse non sono mai accadute:
«…quell’inventare facile, nel dire agli altri
ciò che mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare»
È esattamente ciò che facciamo noi poeti: inventiamo per dire la verità. Caproni sa che l’odio leggero, i diverbi, le cortesie forzate e il discorrere «del più e del meno» non sono tempo perso, ma la sostanza stessa del nostro stare al mondo. Anche se non c’è stato «gran che da dire», il solo fatto di averlo fatto insieme rende il viaggio degno. «È stato bello», ripete, quasi a voler convincere se stesso e noi che la transitorietà non toglie valore all’esperienza.
Ma ciò che più commuove è la meta finale: la disperazione calma. Non è una rassegnazione passiva, né un nichilismo urlato; è un’accettazione lucida, priva di sgomento. Prima di scendere, il viaggiatore saluta tutti:
al dottore e alla sua scienza inutile davanti al fine corsa,
alla ragazzina, con il suo profumo di prato e di vita che sboccia,
al militare, incastrato nelle sue guerre umane,
al sacerdote, che porta con sé l’idea di un Dio che il viaggiatore sta per verificare (o perdere per sempre).
Si congeda persino dai grandi concetti: la sapienza, l’amore, la religione. Tutto resta sul treno. A chi rimane, Caproni rivolge un augurio che è un fendente di grazia: «Buon proseguimento».
Vedo la vita così: un lungo corridoio di incontri fugaci e di valigie pesanti da trascinare. Scrivo per lasciare una traccia di quella conversazione interrotta, per ricordare che il congedo non è una sconfitta, ma l’unico modo dignitoso di concludere il tragitto.
Caproni ci insegna che la poesia non serve a fermare il treno, ma a rendere più leggero il gesto di chi si alza, chiede permesso e scende nell’ombra. E voi, cari lettori? Quando sarà il vostro momento di alzare le braccia verso la cappelliera, quale congedo cerimonioso sceglierete?
La poesia non dà risposte. Ci lascia lì, nel corridoio, con il cuore un po’ più sciolto e la consapevolezza che quella “disperazione calma” è, forse, l’unica vera forma di saggezza che ci è concessa prima della fermata.
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