• Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    L’umiltà di sentire l’altro

    15 agosto 2025
    Parole per meditare

    Viviamo in un’epoca che ci esorta a mostrarci sempre sicuri, vincenti, impeccabili. Ma in questa corsa a chi urla più forte, rischiamo di dimenticare la voce più preziosa di tutte: quella dell’altro.

    E per sentirla davvero, occorre una qualità semplice quanto rara: l’umiltà.

    L’umiltà non è sottomissione, non è silenzio imposto.

    È ascolto attivo. È dire “non so, ma voglio capire”.

    È riconoscere che l’esperienza dell’altro è valida quanto la nostra, anche se ci appare distante, diversa, difficile da accogliere.

    È piegarsi un momento, non per indebolirsi, ma per accogliere.

    Da lì nasce l’empatia: quando smettiamo di sovrapporre il nostro giudizio a tutto ciò che vediamo.

    Quando lasciamo che il dolore altrui ci attraversi, anche solo per un attimo, senza doverlo spiegare, risolvere, salvare.

    Empatizzare non significa avere le risposte, ma restare accanto anche nel dubbio. È uno dei gesti più rivoluzionari dell’umano.

    Eppure non si può essere empatici senza prima rispettare sé stessi.

    Chi non si tratta con gentilezza, chi reprime i propri bisogni, chi vive in guerra con la propria interiorità, troverà difficile accogliere la verità dell’altro.

    Il rispetto per gli altri inizia con il rispetto per sé: i limiti, le fragilità, le pause.

    Solo così possiamo generare uno spazio dove la relazione diventa fertile, autentica, vera.

    La letteratura ci offre spesso queste lezioni preziose. Non con prediche, ma con storie.

    Storie che ci mettono di fronte a personaggi che cadono, sbagliano, si rialzano.

    Personaggi che imparano, a volte con dolore, a guardare oltre sé stessi.

    Ecco cinque racconti dove umiltà, empatia e rispetto si intrecciano in modi profondi:

    Una giornata perfetta di John Cheever Dietro l’apparente normalità di una famiglia americana, si nasconde un grido silenzioso. Un racconto sull’incomprensione e la necessità di guardare oltre le apparenze per cogliere la fragilità degli altri. La casa di Asterione di Jorge Luis Borges Un racconto che ribalta la prospettiva sul mito del Minotauro. Un invito a considerare l’altro non solo come mostro o diverso, ma come essere umano solitario, capace di pensiero, attesa e umiltà. La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj Tolstoj dipinge con maestria la presa di coscienza di un uomo che, dinanzi alla morte, impara il valore della verità, della semplicità e della compassione. Un testo che scava nel cuore dell’umano. Il vestito nuovo dell’imperatore di Hans Christian Andersen Una fiaba che ci insegna che l’umiltà sta anche nel dire la verità, nel non farsi accecare dal potere, e nel rispetto per la chiarezza dell’infanzia. Il bambino che parla, lo fa senza giudizio: solo con verità. Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro Il maggiordomo Stevens rappresenta la dedizione cieca a un ideale, ma nel viaggio del ricordo, affiora la consapevolezza del non vissuto. Un libro che ci interroga sul senso del dovere, della dignità e del rispetto taciuto.

    A volte, bastano poche pagine per cambiare lo sguardo con cui affrontiamo il mondo.

    Forse la vera forza non è nel dominare, ma nel comprendere senza pretendere di avere ragione.

    Nel restare presenti anche quando non abbiamo le parole giuste.

    Nel lasciare spazio a chi ci è accanto, senza invaderlo.

    Perché se è vero che l’empatia ci salva, è altrettanto vero che l’umiltà ci rende umani.

    Nessun commento su L’umiltà di sentire l’altro
  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    Lettera per chi non si sente abbastanza 

    11 agosto 2025
    Parole per meditare

    A te,

    che credi di dover sempre fare di più, essere di più, sorridere di più.

    A te, che guardi gli altri e ti convinci che abbiano una mappa chiara della vita, mentre tu cammini a tentoni tra dubbi e paure.

    Non ti conosco, ma so che ti sei sentito piccolo davanti a un mondo che sembra chiederti grandezza.

    So che hai abbassato gli occhi per non far vedere che dentro ti tremava qualcosa.

    Lascia che te lo dica: non sei un errore da correggere.

    Non c’è niente di sbagliato in te.

    La tua lentezza non è un difetto, la tua profondità non è una zavorra, le tue crepe non sono fratture da nascondere.

    Sono luoghi in cui la luce trova un passaggio.

    Non devi meritare l’aria che respiri, il posto che occupi, l’amore che ricevi.

    Esisti: basta questo.

    Sei già abbastanza nei tuoi giorni in disordine, nei tuoi pensieri che inciampano, nei tuoi sogni che non hanno ancora trovato una casa.

    So che a volte vorresti essere più forte, più sicuro, più pronto.

    Ma la vita non è una gara di perfezione.

    È un susseguirsi di imperfetti attimi veri.

    E tu, così come sei adesso, sei parte di questa verità.

    Rimani.

    Respira.

    Non smettere di tendere le mani, anche quando pensi che nessuno le prenderà.

    Non smettere di parlare la lingua del cuore, anche quando sembra che nessuno la capisca.

    Perché arriverà il giorno in cui scoprirai che tutto ciò che ti mancava non era davvero assenza: era spazio per accogliere te stesso.

    Con delicatezza,

    Nessun commento su Lettera per chi non si sente abbastanza 
  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    Vivere la vita 

    7 agosto 2025
    Poesia consapevole

    Vivere la vita è un sorso di vento,

    una corsa scalza sopra il cemento,

    è il pianto improvviso che scioglie il dolore,

    è un abbraccio che sa di candore.

    È l’alba che nasce mentre tutto riposa,

    una strada di spine che fiorisce una rosa,

    è sbagliare, cadere, poi ridere piano,

    e rialzarsi stringendo una mano.

    Vivere è dire “sì” quando tutto dice “no”,

    è cercare una stella nel buio più blu,

    è sentire il respiro del mondo nel petto

    e scegliere il vero, anche se imperfetto.

    È danzare sul bordo del tempo che scorre,

    ascoltare i silenzi che il cuore ci porge,

    è un bacio che resta anche quando finisce,

    è il coraggio di essere ciò che si dice.

    Vivere la vita è lasciarsi ferire,

    perché solo chi ama sa anche morire,

    è un viaggio che brucia, che incanta, che insegna…

    è un attimo eterno che mai si spegne.

    Nessun commento su Vivere la vita 
  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    Il vaso scheggiato 

    4 agosto 2025
    Racconti e visioni brevi

    C’era una volta, in un piccolo villaggio, un anziano portatore d’acqua di nome Matteo. Ogni mattina, Matteo camminava per chilometri fino al fiume per riempire due grandi vasi di terracotta che trasportava appesi a un bastone sulle spalle.

    Uno dei due vasi era perfetto, senza difetti. L’altro era invece scheggiato e perdeva un po’ d’acqua durante il tragitto. Da anni, ogni volta che Matteo tornava al villaggio, solo un vaso arrivava pieno, mentre l’altro era sempre mezzo vuoto.

    Il vaso scheggiato si vergognava della sua imperfezione. Un giorno, mentre Matteo si apprestava a compiere il solito tragitto, il vaso rotto gli disse:

    — Matteo, sono inutile. Ogni giorno perdo acqua lungo il cammino. Dovresti sostituirmi con un vaso nuovo.

    Matteo sorrise e rispose:

    — Domani, mentre torniamo dal fiume, voglio che osservi il bordo del sentiero.

    Il giorno seguente, il vaso fece attenzione e notò che solo da un lato del sentiero — proprio quello dove lui veniva trasportato — c’era una fila di fiori colorati che fiorivano rigogliosi.

    — Hai visto? — disse Matteo con dolcezza — Ho sempre saputo della tua crepa. Così, ho piantato semi lungo quel lato del sentiero. Ogni giorno, mentre torniamo, tu li annaffi senza accorgertene. Per anni ho colto quei fiori per decorare l’altare del villaggio. Senza di te, non ci sarebbe bellezza sul nostro cammino.

    Il vaso scheggiato restò in silenzio, commosso. Aveva sempre creduto di essere un peso, e invece, proprio la sua imperfezione aveva dato vita a qualcosa di bello.

    Nessun commento su Il vaso scheggiato 
  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    La bellezza di non essere ancora arrivati

    2 agosto 2025
    Parole per meditare

    C’è un tempo in cui ci sentiamo a metà. Non più chi eravamo, ma nemmeno ancora ciò che saremo. È un tempo strano, fragile, fatto di domande che non trovano casa e sogni che non sanno dove posarsi. Eppure, è proprio lì — nel mezzo — che accadono le cose più vere.

    Viviamo in una società che ci insegna a correre verso un traguardo, a mostrarci completi, decisi, risolti. Come se l’essere in cammino fosse una mancanza, una vergogna da nascondere dietro sorrisi filtrati e frasi a effetto.

    Ma la verità è che c’è una bellezza profonda nel non essere ancora arrivati.

    È la bellezza del germoglio, non ancora fiore. Del cielo all’alba, quando la luce si mescola ancora al buio. Del cuore che sente, anche quando non sa ancora spiegare.

    Essere in cammino significa essere vivi, aperti, imperfetti e capaci di trasformazione. È lì che impariamo davvero chi siamo: non quando tutto è definito, ma quando ogni passo ci obbliga a scegliere, a credere, a cedere e rialzarci.

    Non serve avere tutte le risposte per meritarsi amore.

    Non serve aver concluso un percorso per raccontarlo.

    Non serve essere arrivati per ispirare chi ci guarda.

    Ci sono fioriture che accadono nel mezzo. E meritano uno spazio sacro.

    A volte, ci svegliamo con la sensazione di non fare abbastanza, di non essere abbastanza. Ma forse “abbastanza” non è mai un punto d’arrivo, è una gentilezza da offrirsi ogni giorno, anche quando ci sentiamo scomposti.

    Tu che stai leggendo e forse ti senti smarrita, incompleta o troppo in costruzione: ricorda che il durante è una tappa, non un fallimento.

    E anche oggi, anche così, hai valore.

    Scrivilo sulla pelle.

    Ricordalo nei silenzi.

    Respiralo quando tutto sembra sfuggire.

    Perché non essere ancora arrivati significa avere ancora spazio per stupirsi.

    E lo stupore, a volte, è la forma più pura della felicità.

    Nessun commento su La bellezza di non essere ancora arrivati
  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    Solitudine: nemica o alleata?

    30 luglio 2025
    Parole per meditare

    Ci sono momenti in cui la solitudine arriva senza bussare. Altre volte siamo noi a cercarla, come si fa con una stanza chiusa in cui finalmente poter respirare.
    Ma la solitudine non è mai una sola cosa. Può essere rifugio o prigione. Silenzio che nutre o vuoto che inghiotte.

    Come gestirla, allora, senza subirla? Come trasformarla in una compagna e non in una condanna?

    Il primo passo è smettere di combatterla. Molti la trattano come un nemico da evitare, da riempire a tutti i costi: social, notifiche, rumore. Ma ogni volta che scappiamo dalla solitudine, finiamo per fuggire anche da noi stessi.
    Gestirla significa riconoscere che è parte della nostra natura. Tutti, prima o poi, ci sentiamo soli — anche nelle relazioni più affollate. E va bene così.

    La solitudine ha un dono segreto: ti restituisce a te stessa.
    Nel silenzio, le voci degli altri si abbassano, e finalmente puoi sentire la tua.
    È lì che emergono le intuizioni più autentiche, i desideri nascosti, le verità che non osavi pronunciare.
    Apprezzarla significa lasciarsi sorprendere: da un’idea che nasce senza sforzo, da un ricordo che chiede ascolto, da una poesia che vuole essere scritta.

    La solitudine, se rispettata, può diventare alleata.
    Ma se trascurata o invasa, può marcire e trasformarsi in isolamento.
    Per questo va custodita con equilibrio, come si fa con una pianta che ha bisogno di luce, ma anche di ombra.
    Sì alla solitudine, ma non al disinteresse verso gli altri.
    Sì ai momenti per sé, ma senza chiudersi a chi bussa con gentilezza.

    Come si fa con una fiamma: se ti avvicini troppo ti scotti, se ti allontani non scalda più.
    La solitudine funziona così.
    Troppo vicina, può diventare disperazione. Troppo lontana, dipendenza dagli altri.
    La distanza giusta è quella che ti permette di respirare: sentire la tua voce, ma non smettere di ascoltare il mondo.

    Imparare a stare da soli è un’arte, non una colpa.
    In un mondo che ci vuole sempre connessi, imparare a disconnettersi — in modo sano — è un atto di cura.
    Non tutto quello che accade nella solitudine è tristezza.
    A volte, è solo verità che affiora.
    E tu, puoi decidere se lasciarla affondare o accoglierla come un’occasione.

    Come scriveva Rainer Maria Rilke:
    “Ama la tua solitudine e sopporta il dolore che essa ti causa. Perché coloro che ti sono vicini sono lontani…”

    …ma tu sei sempre lì, con te. E questo, se ci pensi, è già molto.

    Nessun commento su Solitudine: nemica o alleata?
  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    Resilienza 

    29 luglio 2025
    Poesia consapevole

    Resilienza

    è la piega sul lenzuolo

    che non si stira mai,

    eppure resta lì

    come un ricordo che non dà fastidio.

    È il pane tagliato male,

    ma ancora buono,

    le mani che tremano

    eppure versano il tè

    senza rovesciarlo.

    È il pianto che si addormenta

    sulla spalla del tempo.

    È un vestito troppo largo

    che comunque indossi,

    perché è tutto quello che hai.

    Resilienza è la parola che non dici,

    ma che ti tiene in piedi.

    È il nodo in gola

    che si scioglie

    mentre guardi dalla finestra

    e ti accorgi che,

    nonostante tutto,

    c’è ancora luce.

    È quando ti spezzi

    ma non fai rumore.

    È quando crolli

    ma scegli di non restare a terra.

    È quel piccolo sì

    che dici al mattino,

    anche se vorresti restare a dormire

    nel grembo del buio.

    Resilienza è la poesia

    che scrivi con le ossa,

    con le ferite,

    con ogni passo incerto

    che comunque

    ti porta avanti.

    Nessun commento su Resilienza 
  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    Una sola, me stessa 

    28 luglio 2025
    Parole per meditare

    Sembravo un coniglio bianco. Correvo avanti e indietro per non deludere, per farmi voler bene da lui. Mi inventavo mille personalità: quella sorridente anche quando il cuore piangeva, quella pimpante che nascondeva la stanchezza, quella perfetta che non osava guadagnarsi uno sguardo storto, quella sempre in linea, quella che non sbaglia mai. E se sbagliava, se lo teneva dentro, zitta, come una condanna.

    Ero un po’ Alice, smarrita in un mondo che non riconoscevo più, ma anche un po’ lo Stregatto, con un sorriso finto cucito addosso e la voglia matta di sparire. Cercavo di camuffare le righe, quelle che non sono dritte, che non vogliono saperne di allinearsi.

    Mi facevo mille viaggi, sì, ma soprattutto dentro la mia testa. Una giostra impazzita, montagne russe senza fine, salite d’euforia e discese che toglievano il fiato. Lui era al comando. Bastava una parola, un tono, uno sguardo. La sua voce autoritaria decideva l’umore delle mie giornate. Una voce che pretendeva di brillare anche quando non aveva più luce, e io… io facevo da specchio, riflettendo ciò che non ero per amore di un’illusione.

    Oggi capisco che travestirsi per essere amata è il modo più silenzioso per sparire. Che l’amore vero non chiede travestimenti, non ti spezza per poi ricomporti a suo piacimento. L’amore vero ti vede, anche quando non sorridi. Ti vuole, anche quando sbagli. E ti lascia spazio, respiro, verità.
    E se oggi inciampo ancora nelle righe storte della mia storia, almeno lo faccio con passo mio, senza più fingere di essere mille quando, finalmente, ho il coraggio di essere una: me stessa.

    Nessun commento su Una sola, me stessa 
  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    Il coraggio di essere imperfetti 

    23 luglio 2025
    Parole per meditare

    Viviamo in tempi in cui la perfezione sembra essere ovunque: sorrisi impeccabili sui social, vite senza inciampi raccontate a colpi di filtri, performance da manuale anche nelle piccole cose. È facile pensare che, per essere accettati o amati, dobbiamo mostrare sempre e solo il meglio di noi. Ma c’è qualcosa di profondamente liberatorio nel fare esattamente il contrario: abbracciare le nostre imperfezioni, senza vergogna.

    Essere imperfetti non vuol dire arrendersi o non voler crescere. Vuol dire, piuttosto, guardarsi allo specchio senza fingere. Vuol dire ammettere che sì, a volte sbagliamo. Che ci sono giorni in cui ci sentiamo fragili, insicuri, fuori posto. E sai una cosa? Va bene così. È normale. Anzi, è umano.

    Il coraggio di mostrarsi imperfetti è un atto di verità. E nella verità si crea spazio per l’autenticità. Quando smettiamo di rincorrere un ideale irraggiungibile, iniziamo finalmente a respirare. In quel momento, cominciamo anche a vivere in modo più pieno, più vero.

    La psicologa Brené Brown lo dice chiaramente: la vulnerabilità non è debolezza, è potere. E accettare i propri limiti non è arrendersi, ma scegliere di essere sinceri. Quando permettiamo a noi stessi di non essere perfetti, apriamo la porta a relazioni più profonde, a connessioni più sincere — con gli altri e con noi stessi.

    Pensaci un attimo: quante volte ti sei sentito davvero ispirato da qualcuno che sembrava perfetto in tutto? Forse raramente. Ma una persona che si rialza dopo una caduta, che parla delle sue paure, che ammette di non avere tutte le risposte… quella sì, che ci tocca nel profondo. Perché ci riconosciamo in lei.

    Persino le più grandi menti della storia hanno inciampato, sbagliato, cambiato idea. Leonardo da Vinci riempiva i suoi taccuini di pensieri sparsi, spesso incompiuti. Eppure è proprio da quel disordine che nasceva il genio. L’errore, a volte, è il primo passo verso la creazione.

    Alla fine, accettare di essere imperfetti è un atto di libertà. È scegliere di non indossare più maschere. È smettere di compiacere e iniziare a vivere davvero, con tutte le sfumature che ci rendono unici. Non serve essere perfetti per essere amati, rispettati o per realizzare qualcosa di grande. Serve solo essere veri.

    Come scrisse Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.” E forse, proprio lì, dentro quella crepa, c’è la parte più bella di noi.

    Nessun commento su Il coraggio di essere imperfetti 
  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    Verso la pace: un viaggio dentro di noi

    21 luglio 2025
    Parole per meditare

    Stare in pace con noi stessi non significa vivere senza conflitti interiori, ma accettare che quei conflitti fanno parte del nostro essere umani. È imparare a convivere con le parti di noi che non sempre comprendiamo, con i pensieri che bussano senza essere stati invitati, con i ricordi che a volte fanno male. La pace interiore non è assenza di turbamento, ma una presenza gentile: la presenza di sé, anche nei giorni in cui ci sentiamo stanchi, persi o insufficienti.

    Essere in pace non vuol dire sentirsi sempre sereni, ma saperci accogliere così come siamo, nel momento in cui siamo. È riuscire a fare silenzio dentro, anche quando fuori c’è rumore. È ascoltare le nostre emozioni senza reprimerle, scegliere di non giudicarci troppo in fretta, e accettare che crescere significhi, a volte, ferirsi, sbagliare, ricominciare.

    La pace nasce quando smettiamo di rincorrere versioni ideali di noi stessi, e cominciamo a prenderci cura di chi siamo davvero — anche se fragili, anche se ancora in costruzione. Per raggiungere questa pace non esistono formule magiche, ma esistono piccoli gesti quotidiani che ci accompagnano verso di essa.

    Un primo passo può essere imparare a respirare con consapevolezza: fermarsi, chiudere gli occhi, ascoltare il respiro che entra ed esce, come un promemoria che siamo vivi e che possiamo ricominciare da qui.

    Anche il silenzio può diventare un rifugio, non per fuggire dal mondo, ma per ritrovare il centro dentro di noi. Concedersi momenti di solitudine creativa – scrivere, camminare, meditare, disegnare – aiuta a rientrare in contatto con la propria voce interiore, spesso soffocata dal rumore degli altri.

    Un altro modo per avvicinarci alla pace è perdonarci. Non siamo perfetti, non lo saremo mai. Ma possiamo imparare a volerci bene nonostante tutto, e forse proprio per tutto. Ogni errore, ogni esitazione, ogni paura ci insegna qualcosa. La pace nasce anche da qui: dal riconoscere che ogni parte di noi merita amore.

    Infine, può aiutare circondarci di persone che non ci chiedono di essere diversi, ma ci accompagnano mentre impariamo ad essere più veri. Perché la pace, sebbene inizi da dentro, può crescere anche attraverso relazioni sane, gentili, oneste.

    Stare in pace con noi stessi è un viaggio. Non si arriva mai davvero, ma ogni passo verso di essa ci rende più liberi, più presenti, più vivi. E soprattutto, più fedeli a ciò che siamo.

    Nessun commento su Verso la pace: un viaggio dentro di noi
Pagina Precedente
1 2 3 4 5 6 … 9
Pagina successiva

Blog su WordPress.com.

Vanessa Fazzolari

Crescita personale e letteratura

    • Chi Sono
    • I miei libri
 

Caricamento commenti...
 

    • Abbonati Abbonato
      • Vanessa Fazzolari
      • Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.
      • Vanessa Fazzolari
      • Abbonati Abbonato
      • Registrati
      • Accedi
      • Segnala questo contenuto
      • Visualizza sito nel Reader
      • Gestisci gli abbonamenti
      • Riduci la barra