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    Scegliersi ogni giorno 

    28 giugno 2025
    Poesia consapevole

    Non basta il primo sguardo,

    né il lampo d’un sì detto in fretta.

    L’amore vero — quello che resta —

    si misura nei giorni senza festa.

    Saper scegliersi ogni giorno,

    tra il caos delle ore stanche,

    quando le parole pesano

    più delle promesse bianche.

    È guardarsi senza veli,

    nei silenzi troppo lunghi,

    e ancora scegliere l’altro

    tra mille dubbi e appigli funghi.

    È tendere la mano

    quando l’orgoglio grida “basta”,

    e trovare nella calma

    una scintilla che non guasta.

    Perché non è un dono certo,

    questo restarsi accanto,

    ma una danza imperfetta

    che rifiorisce nel tempo.

    E allora sì, scegliamoci,

    non per abitudine o dovere,

    ma come chi, ogni mattina,

    decide ancora di credere.

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    Scrivere l’orrore: storia e rinascita del genere horror

    27 giugno 2025
    Racconti e visioni brevi

    Ci sono notti in cui il buio non è solo assenza di luce. È voce. Presenza. Qualcosa che cammina al nostro fianco anche quando non vogliamo sentirlo. Crescendo, ho imparato che l’orrore più profondo non abita sempre in un mostro sotto il letto, ma nel silenzio che lasciamo crescere dentro. Nella memoria che ritorna, nella parola che manca.

    Scrivo horror perché nel terrore ritrovo sincerità. È un genere che non si vergogna di essere crudo, emotivo, imperfetto. L’horror non indossa filtri: mostra le crepe, le ferite, i desideri nascosti. E ci invita a guardarli. Per questo mi affascina.

    Poesia – “Mi segue l’ombra”

    Mi segue l’ombra,

    non ha volto né passi,

    ma sa dove ferisce la mia memoria.

    Nel silenzio fradicio del cuore

    ascolto la voce delle cose taciute.

    Un fiato caldo sulle scapole,

    una carezza che brucia come sale.

    Mi domando:

    è un sogno che muore

    o il risveglio che uccide?

    – Scritta da me, Vanessa Fazzolari

    La letteratura horror nasce dal bisogno di dare un volto alla paura. Prima ancora che fosse un genere, era una pulsione narrativa: raccontare l’inspiegabile, mettere parole al terrore, all’ignoto, alla morte.

    Tutto comincia nel XVIII secolo, con il romanzo gotico. Il castello di Otranto (1764) di Horace Walpole è considerato il capostipite: castelli infestati, apparizioni, segreti sepolti. Da lì, il brivido prende forma. Poi arriva Mary Shelley con Frankenstein (1818), e l’orrore diventa anche scientifico, morale, profondamente umano. Il mostro non è più solo fuori: è dentro l’uomo.

    Edgar Allan Poe porta la paura nel cuore della psiche. Scrive del delirio, del lutto, dell’ossessione. H.P. Lovecraft va oltre: il suo “orrore cosmico” racconta l’impotenza dell’uomo di fronte all’inconoscibile.

    A fine Ottocento, Bram Stoker firma Dracula, opera che fonde sensualità e minaccia, creando un’icona immortale. Nel Novecento, l’horror si moltiplica: Shirley Jackson con L’incubo di Hill House esplora la follia domestica; Richard Matheson con Io sono leggenda intreccia apocalisse e solitudine.

    Poi arriva Stephen King, il re dell’horror moderno. Carrie, Shining, It… i suoi romanzi raccontano le paure quotidiane con uno sguardo profondo e spietato: bullismo, isolamento, dipendenza, violenza familiare. King non scrive di mostri: scrive dell’uomo.

    Negli ultimi anni, il genere horror ha vissuto una trasformazione radicale. È diventato sociale, politico, intimo. Non più solo sangue e ombre, ma identità, traumi, marginalità.

    Autrici come Mariana Enriquez, con Le cose che abbiamo perso nel fuoco, parlano di violenza, femminismo, Sud America. Silvia Moreno-Garcia in Mexican Gothic fonde folklore e critica coloniale. Paul Tremblay, Carmen Maria Machado, Tananarive Due, raccontano l’orrore che nasce nei corpi, nelle famiglie, nei ricordi.

    Anche in Italia il genere si sta rinnovando. Giovani autori e autrici lo reinterpretano con uno sguardo contemporaneo, più psicologico e poetico, spesso contaminato da noir, realismo e autofiction. L’horror oggi è più vicino a noi che mai.

    Perché l’horror non mente. Scava, mette a nudo, attraversa il buio per restituire luce. È un modo per elaborare ciò che ci fa tremare, ma anche ciò che ci rende vivi. La paura, dopotutto, non è che il rovescio dell’amore: entrambe ci scuotono, ci fanno sentire.

    20 libri horror contemporanei da leggere oggi

    Le cose che abbiamo perso nel fuoco – Mariana Enriquez Una testa piena di fantasmi – Paul Tremblay La casa sull’argine – Daniela Raimondi Her Body and Other Parties – Carmen Maria Machado Mexican Gothic – Silvia Moreno-Garcia La casa delle voci – Donato Carrisi La notte che uccisi Jim Morrison – Luca Raimondi Il rituale – Adam Nevill Il silenzio della città bianca – Eva García Sáenz de Urturi The Only Good Indians – Stephen Graham Jones L’incubo di Hill House – Shirley Jackson Pet Sematary – Stephen King Bird Box – Josh Malerman The Fisherman – John Langan Il quinto figlio – Doris Lessing Questo giorno che incombe – Antonella Lattanzi Revenant – Redenzione – Katja Centomo Il segreto del bosco vecchio – Dino Buzzati Il bambino indaco – Marco Franzoso Il buio oltre la siepe – Roberto Camurri

    2 commenti su Scrivere l’orrore: storia e rinascita del genere horror
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    Consapevole 

    26 giugno 2025
    Poesia consapevole

    Non sono più la foglia trascinata,

    né il battito perso tra i rami del giorno.

    Cammino, e sento la terra rispondere

    al peso del mio pensiero.

    So dove mi spezzai,

    e dove ancora tremo.

    Ma non chiedo più alla notte

    di salvarmi dall’ombra.

    Ogni cicatrice ha un nome,

    una lezione che non s’insegna,

    un dolore che si trasforma

    in pelle nuova, più vera.

    Non mi basta respirare.

    Voglio scegliere l’aria,

    voglio riconoscere il cielo

    anche quando è grigio.

    Sono il silenzio dopo il grido,

    la luce che non brucia ma scalda.

    Non temo la verità:

    mi abita.

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    Liberarsi dall’overthinking: sette passi verso la tranquillità

    25 giugno 2025
    Parole per meditare

    Ci sono giorni in cui sento che la mia mente non mi appartiene. Gira in tondo, ripete frasi che ho detto, analizza silenzi, anticipa reazioni, immagina errori. Il corpo vorrebbe dormire, ma i pensieri continuano il turno di notte. E io resto lì, lucida ma sfinita.

    È in quei momenti che capisco davvero cosa significhi pensare troppo. Non è riflettere con profondità. È restare intrappolati in un pensiero che, invece di illuminare, confonde. Un pensiero che, invece di guidare, trattiene. Un pensiero che, invece di aiutare, fa male.

    La parola overthinking viene dall’inglese e significa letteralmente “pensare troppo”. In psicologia, è considerato un processo di ruminazione mentale, ovvero un’attività di pensiero continua e ripetitiva che non porta a soluzioni, ma alimenta ansia, insicurezza e blocchi emotivi.

    Spesso l’overthinking si manifesta in persone molto sensibili, riflessive o perfezioniste. Ma non è una dote: è un cortocircuito. La mente, invece di aiutare a comprendere, diventa un luogo affollato, caotico, dove è difficile orientarsi e respirare.

    Dal punto di vista clinico, l’overthinking è associato a disturbi d’ansia, depressione e bassa autostima. Si manifesta con difficoltà nel prendere decisioni, insonnia, stanchezza mentale e una tendenza a rivivere all’infinito ciò che si è detto o ciò che potrebbe succedere.

    Pensare troppo, insomma, non è solo un’abitudine fastidiosa: può diventare un ostacolo al benessere quotidiano. La buona notizia è che si può imparare a gestirlo. Non si tratta di smettere di pensare, ma di pensare meglio, in modo più gentile, lucido e funzionale.

    Ecco alcuni suggerimenti semplici ma efficaci per uscire dal ciclo dell’overthinking:

    1. Accorgersi del pensiero, senza giudicarsi
      Il primo passo è riconoscere che si sta rimuginando. Basta dirsi: “Mi sto preoccupando. Posso notarlo, ma non lasciarmi travolgere.” La consapevolezza è il primo antidoto.
    2. Scrivere per liberare la mente
      Mettere i pensieri su carta aiuta a vederli dall’esterno. Scrivere è come fare ordine in una stanza disordinata: permette di capire cosa tenere e cosa lasciar andare.
    3. Darsi un tempo definito per pensare
      Concedersi ogni giorno 10-15 minuti per riflettere su ciò che preoccupa. Passato quel tempo, si torna alla vita. È un modo per allenare la mente a non vivere in modalità di allarme perenne.
    4. Tornare al corpo e al momento presente
      L’overthinking è tutto nella testa. Il corpo, invece, vive nel presente. Camminare, respirare profondamente, fare yoga o una doccia calda sono modi per ritrovare equilibrio.
    5. Chiedersi: “Questo pensiero mi è utile?”
      Non tutti i pensieri sono veri o costruttivi. Spesso quelli ricorsivi ci bloccano più che aiutarci. Imparare a metterli in discussione è un atto di libertà mentale.
    6. Accettare che non tutto può essere controllato
      Il bisogno di prevedere ogni cosa è spesso ciò che alimenta il pensiero ossessivo. Accettare che qualcosa possa andare diversamente da come vogliamo è difficile, ma necessario.
    7. Proteggersi dal rumore
      Il sovraccarico digitale alimenta l’overthinking. Ogni tanto, è utile staccarsi da social, notifiche e confronto costante. Il silenzio non è vuoto: è spazio per ascoltarsi davvero.

    Pensare troppo nasce spesso dal tentativo di avere tutto sotto controllo. Ma la verità è che quel controllo non esiste. E, se esiste, non ci rende felici. La tranquillità arriva non quando abbiamo risposte per tutto, ma quando impariamo a vivere con ciò che è incerto.

    La mente può essere un labirinto, ma anche un giardino. Dipende da come la coltiviamo. Con gentilezza, cura e silenzi buoni, possiamo tornare a sentirci a casa nei nostri pensieri. Non perfetti, ma veri. Non leggeri per forza, ma liberi.

    Per chi desidera approfondire, ecco alcuni libri preziosi sul tema:

    1. Il potere di adesso – Eckhart Tolle
      Un libro sulla presenza e sulla consapevolezza. Insegna a vivere nel presente e a smettere di identificarsi con i pensieri.
    2. Pensieri lenti e veloci – Daniel Kahneman
      Un saggio illuminante sulla mente umana. Spiega come i pensieri automatici e riflessivi influenzino il nostro comportamento.
    3. Stop Overthinking – Nick Trenton
      Manuale pratico con tecniche concrete per ridurre il rimuginio mentale e gestire l’ansia quotidiana.
    4. Come smettere di farsi seghe mentali e godersi la vita – Giulio Cesare Giacobbe
      Ironico e accessibile, questo libro propone un approccio leggero e orientato al presente.
    5. La sottile arte di fare quello che cazzo ti pare – Mark Manson
      Un invito a lasciar andare il controllo e le aspettative irrealistiche, liberandosi dal bisogno di pensare a tutto.

    Pensare è un dono. Ma anche imparare a smettere lo è.

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    Ogni cosa accade ora 

    24 giugno 2025
    Poesia consapevole

    Ogni cosa accade ora,

    senza pretese di ieri né promesse di domani.

    Un respiro – ed è già vita.

    Un passo – ed è già scelta.

    Non serve un traguardo per esistere,

    basta una soglia

    su cui fermarsi

    e sentire il sole spingersi

    tra le ciglia socchiuse.

    Abbiamo sempre fretta di arrivare

    ma è nel restare

    che si rivela la verità più gentile:

    quella che non grida,

    che non pretende,

    che accoglie.

    C’è un silenzio che parla

    più di mille pensieri.

    Ascoltalo.

    Forse sei tu

    senza il rumore

    del giudizio.

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    Voci contro la mafia: letteratura, denuncia e memoria collettiva

    23 giugno 2025
    Voce degli altri

    Dalla poesia di Alda Merini alle narrazioni di Sciascia e Winslow, un’analisi delle mafie come fenomeno culturale e sociale.

    Poesia di Alda Merini per Giovanni Falcone

    La mafia sbanda,
    la mafia scolora,
    la mafia scommette,
    la mafia giura
    che l’esistenza non esiste,
    che la cultura non c’è,
    che l’uomo non è amico dell’uomo.
    La mafia è il cavallo nero dell’Apocalisse
    che porta in sella un relitto mortale,
    la mafia accusa i suoi morti.
    La mafia li commemora
    con ciclopici funerali,
    così è stato per te, Giovanni,
    trasportato a braccia da quelli
    che ti avevano ucciso.

    Parlare di mafia significa esplorare un fenomeno complesso, che intreccia storia, cultura, letteratura e cronaca. Non esiste una sola mafia, ma mafie plurali, ciascuna con logiche distinte: dalla ritualità della ’Ndrangheta alla ferocia imprenditoriale della Camorra, fino alla rete sofisticata di Cosa Nostra. Questo articolo è un viaggio che parte dall’etimologia del termine e arriva alle sue ramificazioni globali, passando per poesia, narrativa civile e analisi storica. È un invito a comprendere, per resistere.

    Le radici del termine “mafia”
    La parola “mafia” ha origini affascinanti e ambigue. Deriva dal siciliano mafiusu, che richiama l’arabo marfud (“escluso”, “ribelle”). Nell’Ottocento, appare nel teatro con I mafiusi de la Vicaria (1863) e si consolida come sinonimo di criminalità organizzata. Da simbolo di fierezza, “mafia” diventa presto emblema di un potere oscuro che prospera nell’ombra.

    I “bravi” di Manzoni: un’anticipazione letteraria
    Ne I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni introduce i “bravi”, figure che incarnano la violenza al servizio dei potenti. La loro etimologia (pravus, “malvagio”) ne rivela la natura sinistra. Sbirri al soldo di Don Rodrigo, i bravi anticipano il moderno sicario mafioso. Manzoni denuncia l’arroganza del potere, l’impotenza delle vittime e l’inerzia delle istituzioni con un realismo che risuona ancora oggi.

    La mafia nella letteratura italiana
    La letteratura italiana ha raccontato la mafia con coraggio, rompendo il muro dell’omertà. Leonardo Sciascia, con Il giorno della civetta (1961), svela una struttura criminale protetta dal silenzio e dall’indifferenza dello Stato, dando vita alla narrativa civile. Giosuè Calaciura, in Malacarne (1998), dà voce a un killer, immergendo il lettore nella violenza sistemica. Nino Di Matteo e Salvo Palazzolo, in Collusi (2015), indagano i legami tra mafia e potere con un’inchiesta tagliente.
    Altre opere significative:

    • Lo Scurpiddu di Luigi Capuana: accenni a una criminalità primitiva.
    • I mafiosi della Vucciria: dramma popolare sul potere violento del Settecento.
    • I Beati Paoli di Luigi Natoli: una società segreta considerata da alcuni una proto-mafia.
    • Gente di rispetto: il paradosso del mafioso “onorato” dalla comunità.

    Mafie italiane: un confronto

    Cosa Nostra (Sicilia)

    • Struttura piramidale con una “cupola” decisionale.
    • Attiva in narcotraffico, estorsione, appalti e infiltrazione politica.
    • Influenza globale, con legami storici negli Stati Uniti.

    Camorra (Campania)

    • Organizzazione frammentata, con clan autonomi e spesso in conflitto.
    • Specializzata in droga, rifiuti, contraffazione e usura.
    • Forte presenza urbana e connessioni internazionali.

    ’Ndrangheta (Calabria)

    • Fondata su vincoli familiari e riti iniziatici arcaici.
    • La mafia italiana più potente, con una rete globale.
    • Fatturati miliardari da narcotraffico, appalti e riciclaggio.

    Oltre confine: i sicari latinoamericani
    In America Latina, i sicari dei cartelli messicani e colombiani sono spesso giovanissimi, addestrati alla violenza in contesti dove lo Stato è assente o complice. Don Winslow, con Il potere del cane, racconta le guerre tra cartelli e DEA. Massimo Carlotto, in Il corriere colombiano, offre uno sguardo italiano su un mondo in cui legalità e corruzione si intrecciano.

    20 libri per approfondire

    Mafia italiana: storia e cultura

    • Cosa Nostra: A History of the Sicilian Mafia – John Dickie: analisi storica della mafia siciliana.
    • Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia: capolavoro sulla lotta all’omertà.
    • Il sasso in bocca – Michele Pantaleone: una delle prime inchieste sulla mafia.
    • La mafia del Brenta – Arianna Zottarel: la criminalità organizzata nel Nord Italia.
    • Una strage semplice – Nando Dalla Chiesa: riflessioni sulle stragi mafiose.
    • Le due guerre – Gian Carlo Caselli: la lotta alla mafia di un magistrato.
    • Il male non è qui – Antologia Mondadori: testi sulla criminalità organizzata.
    • Solo è il coraggio – Roberto Saviano: omaggio a Giovanni Falcone.
    • L’eredità di un giudice – Maria Falcone: testimonianza sull’eredità di Falcone.
    • Atlante delle mafie – Raccolta di saggi: un quadro delle mafie italiane.

    Mafia americana e internazionale

    • Confessioni di un killer della mafia – Philip Carlo: la voce di un sicario americano.
    • Cosa Nostra – John Dickie: include la mafia americana.
    • Sei pezzi da mille – James Ellroy: noir sulla criminalità organizzata.
    • Mafia Amerika – Testi investigativi: inchieste sul crimine americano.
    • The Ice Man – Philip Carlo: biografia di un killer mafioso.

    Sicari e cartelli latini

    • Il potere del cane – Don Winslow: epica delle guerre tra cartelli.
    • Il corriere colombiano – Massimo Carlotto: uno sguardo sul narcotraffico.
    • La Regina del Sud – Arturo Pérez-Reverte: storia di una donna al vertice di un cartello.
    • Cartel Trilogy – Don Winslow: saga sul narcotraffico messicano.
    • Narcoland – Anabel Hernández: inchiesta sul potere dei cartelli.

    Comprendere le mafie significa smantellarne i miti e riconoscerne le radici storiche, sociali e culturali. È un atto di consapevolezza che diventa resistenza. Come scrive Alda Merini, la mafia sbanda solo quando la coscienza collettiva smette di sostenerla. Con la cultura e il coraggio, possiamo farla scolorare.

    Call to action
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    Specchi letterari: il narcisismo da Narciso ai romanzi contemporanei

    20 giugno 2025
    Voce degli altri

    Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.

    Qualsiasi cosa io veda, la inghiotto subito

    proprio com’è, senza il filtro dell’amore o dell’odio.

    Non sono crudele, solo sincero –

    l’occhio di un piccolo dio, a quattro angoli.

    (Specchio, Sylvia Plath, traduzione mia)

    Questi versi di Sylvia Plath colpiscono come un riflesso freddo e implacabile. Lo specchio, testimone silenzioso, non mente: mostra chi siamo, senza indulgenza. La poesia ci conduce al cuore del narcisismo, non solo come vanità, ma come un’ossessione per il sé che ci intrappola, un tema che attraversa il mito, la psicologia e la letteratura, spingendoci a interrogarci su chi vediamo davvero quando ci specchiamo.

    Alle origini: il mito di Narciso

    Narciso, il giovane delle Metamorfosi di Ovidio, si perde nell’ammirazione della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua. La sua bellezza è un dono che diventa condanna: incapace di amare chiunque altro, si consuma in un desiderio sterile, fino a morire. Dal suo corpo nasce un fiore fragile e splendido: il narciso.

    Questa storia ci invita a riflettere su quanto il desiderio di perfezione possa sedurre e isolare. Quante volte abbiamo cercato di costruire un’immagine impeccabile, rischiando di perdere la nostra autenticità? Il mito di Narciso è un archetipo che parla di noi, della nostra lotta per bilanciare amor proprio e apertura all’altro, un tema che la letteratura esplora con profondità e poesia.

    Cos’è il narcisismo?

    In psicologia, il narcisismo è un tratto della personalità caratterizzato da un’eccessiva stima di sé, un bisogno costante di ammirazione e una scarsa empatia. Quando questi tratti si irrigidiscono, secondo il DSM-5, diventano il Disturbo Narcisistico di Personalità, che può compromettere relazioni e benessere.

    Eppure, un po’ di narcisismo è sano: ci spinge a credere in noi stessi, a coltivare la nostra autostima, a brillare in un mondo che spesso ci chiede di dimostrare il nostro valore. Il problema sorge quando il sé diventa l’unico orizzonte, e l’altro si riduce a uno specchio per riflettere la nostra grandezza. La letteratura, con la sua capacità di scandagliare i sentimenti, ci aiuta a comprendere questa tensione, mostrandoci il narcisismo non solo come patologia, ma come un’esperienza umana universale.

    Narcisismo nella letteratura: un viaggio tra i secoli

    Letteratura classica e medievale

    Nel mito di Narciso, Ovidio ci consegna un archetipo che parla di desiderio e isolamento. Nella Divina Commedia di Dante, i superbi dell’Inferno e del Purgatorio incarnano un narcisismo spirituale: il loro ego li acceca, impedendo loro di provare compassione o umiltà. La loro punizione è un monito, ma anche un ritratto di un sentimento universale: la paura di non essere abbastanza, che ci spinge a esaltare il nostro Io.

    Nella letteratura cortese, l’amor proprio dell’eroe cavalleresco si tinge di narcisismo, mascherato da nobiltà: il cavaliere cerca la gloria, ma in fondo cerca sé stesso. Queste storie parlano di una dinamica ancora attuale: la pressione di apparire perfetti, di dimostrare il nostro valore in un mondo che ci osserva.

    Età moderna

    Con Shakespeare, il narcisismo diventa un dramma dell’Io. In Macbeth, il protagonista è consumato da un desiderio di potere che lo rende cieco agli altri: la sua ambizione è un narcisismo tragico, alimentato dalla paura di fallire. In Amleto, invece, il narcisismo si manifesta come introspezione ossessiva: Amleto si specchia nei propri pensieri, incapace di agire, intrappolato in un dialogo con sé stesso.

    Questi personaggi ci fanno pensare a come il narcisismo nasca spesso da un conflitto interiore: il desiderio di grandezza si scontra con la vulnerabilità. Anche Goethe, nel Faust, esplora un ego smisurato: Faust vende l’anima per superare i propri limiti, spinto da una brama di conoscenza che è anche un bisogno di affermare il proprio Io. La sua storia ci ricorda quanto il narcisismo possa essere una risposta al desiderio di lasciare un segno, un sentimento che sentiamo nel bisogno di farci spazio in un mondo competitivo.

    Novecento

    Il Novecento rende il narcisismo più complesso, intrecciandolo con la crisi dell’identità moderna. Nel Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, Dorian incarna l’ossessione per la giovinezza e l’apparenza, ma anche una fuga dalla vulnerabilità.

    Marcel Proust, in Alla ricerca del tempo perduto, scandaglia il narcisismo della memoria: il narratore si specchia nei ricordi, cercando di ricostruire un Io frammentato. Sylvia Plath, ne La campana di vetro, trasforma il narcisismo in una prigione emotiva: Esther Greenwood si osserva senza sosta, soffocata da una società che le impone un’immagine di perfezione.

    In Mrs Dalloway di Virginia Woolf, Clarissa si specchia nelle sue scelte e nei suoi ruoli sociali, cercando un senso di sé attraverso gli occhi degli altri, un narcisismo sottile che nasconde una profonda insicurezza.

    Letteratura contemporanea

    Oggi, il narcisismo si intreccia con la cultura dell’immagine e dei social media. In American Psycho di Bret Easton Ellis, Patrick Bateman rappresenta un narcisismo patologico, un vuoto emotivo mascherato da un’ossessione per l’apparenza.

    Nella narrativa di Elena Ferrante, come L’amica geniale, il narcisismo si manifesta nei legami tra persone, dove il desiderio di affermazione si scontra con il bisogno di riconoscimento. Anche l’autofiction, come in Limonov di Emmanuel Carrère, mette il sé al centro della narrazione, come se la scrittura fosse uno specchio digitale.

    In La vegetariana di Han Kang, Yeong-hye rifiuta il mondo esterno per ritirarsi in un narcisismo estremo, un rifiuto del sociale che è al tempo stesso un grido di libertà e una forma di autodistruzione.

    Il narcisismo e i sentimenti nella letteratura

    La letteratura non mostra solo il narcisismo, ma i sentimenti che lo alimentano: il desiderio di essere visti, la vergogna di non sentirsi abbastanza, la paura di perdere il controllo.

    In Madame Bovary di Gustave Flaubert, Emma si specchia in sogni romantici, inseguendo un’immagine idealizzata di sé che la porta alla rovina. Il suo narcisismo è un desiderio di essere amata, ma anche una ribellione contro un mondo che la confina.

    Leggendo queste storie, capiamo che il narcisismo è spesso una risposta al dolore: ci rifugiamo nel nostro riflesso per proteggerci, ma così facendo ci isoliamo. La letteratura, con la sua capacità di dare voce ai sentimenti, ci invita a guardare oltre lo specchio, a riconoscere le nostre vulnerabilità e a connetterci con gli altri.

    Come riconoscere e gestire una personalità narcisistica?

    Osserva con distacco Definisci confini chiari Comunica in modo assertivo Limita l’attenzione concessa Proteggi il tuo benessere Costruisci una rete di supporto Sii strategico in contesti professionali

    Nessuno di noi è immune dal fascino del proprio riflesso. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine – sui social, nel lavoro, nelle relazioni – sembra definirci. Il narcisismo, in forma lieve o estrema, è parte della nostra natura: ci spinge a interrogarci su chi siamo, su come appariamo, su come veniamo percepiti.

    Ma la letteratura, con i suoi specchi di carta, ci insegna che quando il riflesso diventa l’unica realtà, perdiamo il contatto con gli altri e, spesso, con noi stessi. Il vero coraggio sta nell’accettare le nostre imperfezioni, nel guardare oltre lo specchio e nel costruire relazioni autentiche, dove il desiderio di essere visti non offusca la capacità di vedere.

    11 libri consigliati per esplorare il narcisismo nella letteratura

    Ovidio, Metamorfosi – Il mito di Narciso: l’archetipo della contemplazione sterile. William Shakespeare, Macbeth – Ambizione e ego tragico. Goethe, Faust – Il narcisismo come brama di infinito. Gustave Flaubert, Madame Bovary – L’illusione romantica come specchio narcisistico. Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray – L’ossessione per l’apparenza e l’eternità. Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto – Narcisismo della memoria e dell’identità. Virginia Woolf, Mrs Dalloway – Narcisismo sociale e introspezione. Sylvia Plath, La campana di vetro – Narrazione di un sé frammentato e prigioniero. Bret Easton Ellis, American Psycho – Estetica, violenza e vuoto affettivo. Han Kang, La vegetariana – Il corpo come rifiuto e ritiro narcisistico. Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti – Narrazione dell’identità tra immagine e ribellione.

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    Scoprire il Museo, Emozionarsi a Casasco Intelvi: Viaggio nella Memoria Contadina

    18 giugno 2025
    Racconti e visioni brevi

    Entrare nel Museo Etnografico di Casasco Intelvi è stato come aprire un libro di storie vive. Ogni oggetto, ogni profumo mi ha catturato, ispirando il mio racconto “Era una giornata luminosa”, vincitore nel 2024 del primo premio al concorso nazionale “Emozionarsi al museo”. Oggi ti porto nella Valle Intelvi per scoprire un luogo dove il passato parla e il cuore ascolta. Lasciati guidare dalla storia di Marta e Giovanni, che rende questo museo un’esperienza indimenticabile.

    Era una giornata luminosa quando Marta, ipovedente dalla nascita, e Giovanni visitarono il Museo Etnografico di Casasco Intelvi. Marta si affidava alle descrizioni di Giovanni per esplorare gli oggetti esposti. Nella sezione della cucina, Giovanni indicò una zangola di legno. “È un cilindro con un manico per fare il burro. Immagina il profumo del latte fresco.” Marta chiuse gli occhi, vedendo con la mente una casara al lavoro, il ritmo della zangola come una melodia antica.

    Proseguirono verso l’angolo del contrabbando, dove Giovanni narrava di “spalloni” che attraversavano i boschi con sacchi di merce. “Ecco una bisaccia di cuoio, logora, usata per sale e tabacco,” disse. Marta la sfiorò, inalando l’odore del cuoio. “Sento il viaggio, le mani che l’hanno portata,” mormorò, sorridendo. Giovanni, colpito, ammirava la sua capacità di cogliere l’essenza di ogni storia.

    Nell’area dei Magistri, gli artigiani intelvesi celebri per la scagliola e l’architettura barocca, Giovanni descrisse strumenti da intaglio e modelli in miniatura. Marta immaginava quegli uomini, partiti dalla valle per costruire chiese e palazzi in Europa, il cuore sempre legato alla loro terra. Ogni parola di Giovanni trasformava il museo in un quadro vivo.

    Dopo ore di racconti, raggiunsero il negozio di souvenir. Marta, desiderosa di un ricordo, accarezzava le miniature. Le sue dita riconobbero una piccola zangola, la stessa descritta da Giovanni. “Prenderò questa,” disse, gli occhi illuminati da un’emozione profonda. Giovanni annuì: “Ogni volta che la toccherai, rivivrai oggi.”

    Uscirono, e Marta respirò l’aria fresca di Casasco. “Grazie, Giovanni. Ho visto più di quanto immaginassi.” Camminarono verso la piazza, lasciando il museo ma portando con sé un tesoro di memorie. Marta aveva vissuto un’esperienza che trascendeva la vista.

    Fondato il 5 novembre 1995 per iniziativa del sindaco Piergiorgio Cairoli, il Museo Etnografico di Casasco Intelvi conserva il patrimonio della Valle Intelvi. Ospitato in una casa rurale di pietra e legno, espone oggetti donati dalle famiglie locali: zangole, telai, attrezzi dei Magistri, bisacce degli “spalloni”. La cucina con il camino annerito, la camera con il materasso di foglie di granoturco, l’angolo dei “copa foo” – costruttori di tetti in paglia – ricreano un mondo autentico.

    Dal 2008, l’Associazione Amici del Museo anima il sito con laboratori, passeggiate etnografiche e rievocazioni. Qui si celebra la tenacia di una comunità montana, dai contadini agli artigiani che diffusero l’arte intelvese in Europa, fino agli “spalloni” che sfidavano il confine italo-svizzero. Ogni oggetto racconta fatica, ingegno e solidarietà, invitando a riflettere sulle radici culturali della valle.

    Dieci ragioni per visitarlo:

    1. Viaggia nel tempo: immergiti nella vita contadina, tra zangole e telai.
    2. Vivi i sensi: il profumo di legno e cuoio evoca un passato vero.
    3. Ascolta storie uniche: dagli “spalloni” ai “copa foo”, ogni racconto affascina.
    4. Esplora la valle: sentieri etnografici ti guidano tra boschi e panorami sul Lago di Como.
    5. Impara creando: prova a fare formaggio o tessere in un laboratorio.
    6. Scopri un borgo magico: Casasco, con chiese romaniche e stradine, incanta.
    7. Per ogni età: famiglie, studenti, appassionati di cultura trovano ispirazione.
    8. Visite su misura: aperto in estate o su prenotazione, con guide accoglienti.
    9. Sostieni la comunità: ogni visita supporta il volontariato locale.
    10. Un ricordo eterno: come la zangola di Marta, porterai con te un’emozione.

    A 800 metri di altitudine, tra il Lago di Como e il Ceresio, Casasco Intelvi è un portale verso la storia. Il museo, accessibile con pannelli multilingue e attività per bambini, offre un’esperienza inclusiva. Durante l’estate, feste di paese e rievocazioni riempiono il borgo di canti e sapori tradizionali. Fuori, sentieri storici e la chiesetta di San Zeno invitano a esplorare una valle che ha ispirato artisti e viaggiatori per secoli.

    Questo museo è un dialogo tra passato e presente. Come Marta, che ha “visto” con il cuore, e come me, che ho trovato qui l’ispirazione per un racconto premiato, anche tu scoprirai qualcosa di unico. Vieni a Casasco Intelvi, dove la cultura si tocca, si respira, si vive.

    Guida pratica
    Orari: Luglio e agosto, sabato e domenica, 10:00-12:00 e 15:30-18:00. Visite su prenotazione tutto l’anno.
    Contatti: Associazione Amici del Museo, +39 031 817 123, info@museocasasco.it.
    Come arrivare: In auto da Como (30 km) o Lanzo Intelvi. Parcheggio vicino.
    Consigli: Scarpe comode per i sentieri, macchina fotografica per i panorami.

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    Saper Dire No: Come Proteggere il Tuo Benessere Emotivo

    16 giugno 2025
    Parole per meditare

    Ti è mai capitato di dire sì solo per evitare conflitti, anche quando sentivi che non era la scelta giusta? Spesso, la paura di deludere, di sembrare egoisti o poco disponibili, ci porta ad accettare impegni, richieste o relazioni che non ci fanno bene.

    Saper dire no, invece, è una competenza chiave per proteggere il proprio benessere mentale ed emotivo. È il primo passo per stabilire confini sani, vivere con maggiore autenticità e rafforzare l’autostima.

    Perché è così difficile dire no?

    Le principali ragioni sono:

    1. Senso di colpa: temiamo di ferire gli altri.
    2. Bisogno di approvazione: vogliamo essere amati e accettati.
    3. Condizionamenti sociali: ci hanno insegnato che dire sì è sinonimo di gentilezza.

    Tuttavia, dire sempre sì può portare a stress, burnout e frustrazione. Quando diciamo sì agli altri a scapito di noi stessi, finiamo per trascurare i nostri bisogni più profondi.

    Cosa sono i confini sani e perché servono

    I confini sani sono limiti personali che definiscono ciò che è accettabile per noi, emotivamente, fisicamente e mentalmente. A differenza delle barriere, i confini non isolano: servono a proteggere la nostra energia, la nostra integrità e la nostra libertà personale.

    Benefici dei confini sani:

    1. Maggiore rispetto nelle relazioni
    2. Meno stress e sovraccarico emotivo
    3. Più tempo ed energia per ciò che conta davvero
    4. Aumento dell’autostima

    Cinque strategie per imparare a dire no (senza sentirti in colpa)

    1. Riconosci il tuo diritto di dire no

    Non devi giustificarti per volerti bene. Dire no è un atto di rispetto verso te stesso.

    1. Rispondi con chiarezza e gentilezza

    Frasi efficaci:

    • “Ti ringrazio per aver pensato a me, ma devo rifiutare.”
    • “In questo momento non ho la disponibilità per farlo.”
    • “Preferisco non impegnarmi, grazie per la comprensione.”
    1. Non aspettare di essere esausto

    Impara a dire no prima che la tua energia si esaurisca. Prevenire è meglio che curare.

    1. Fai piccoli esercizi quotidiani

    Allena il muscolo del no. Rifiuta richieste minori per acquisire sicurezza.

    1. Accetta il disagio iniziale

    Dire no può creare tensione. Ma ogni volta che lo fai, rinforzi il rispetto che hai per te stesso. Con il tempo, diventa naturale.

    Dire no è un atto di cura (per te e per gli altri)

    Imparare a dire no non significa essere egoisti, ma essere autentici. Le relazioni più sane sono quelle in cui puoi dire no senza paura, e l’altro lo accoglie con rispetto.

    Ogni “no” detto con chiarezza è anche un “sì” a ciò che conta davvero per te: il tuo tempo, la tua salute mentale, i tuoi obiettivi.

    Conclusione: scegli te stesso, ogni giorno

    Dire no è un atto di coraggio e consapevolezza. Non è facile, ma è necessario. Se vuoi vivere una vita più allineata ai tuoi valori e costruire relazioni più vere, inizia da qui: impara a dire no con amore, fermezza e senza sensi di colpa.

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    Tra un vino e un verso

    14 giugno 2025
    Poesia consapevole
    Tra un vino e un verso

    Ci sono cose che si imparano solo sedendosi, davanti a un bicchiere di vino, in silenzio, con il mondo che rallenta. Non nei libri, non nelle aule, ma in quel momento sospeso in cui il calice cattura la luce e il profumo ti chiede di aspettare. Il vino insegna la pazienza, una lezione che la vita spesso dimentica di offrire. Nulla di ciò che è prezioso nasce in fretta: dal grappolo alla bottiglia c’è un cammino lento, fatto di mani che raccolgono, di stagioni che si alternano, di attese che trasformano. È una forma di amore, questo saper aspettare. È la cura di chi sa che il tempo non ruba, ma dona profondità, come fa con un rosso lasciato invecchiare o con un’esistenza che si lascia affinare.
    Il vino insegna l’attenzione, quella vera. Al primo sorso credi di aver capito tutto: il gusto, la storia, l’essenza. Ma poi, se gli dai tempo, se lo lasci respirare, ti sorprende. Si apre, si racconta, diventa altro. È come con le persone, con i sentimenti: non si afferrano di corsa, non si decifrano al volo. Chiedono di essere guardati, ascoltati, vissuti. Quante volte abbiamo giudicato troppo in fretta, senza lasciare spazio al secondo sorso, alla sfumatura che arriva dopo? Il vino ti ricorda di non farlo.
    E poi c’è la misura, forse la sua lezione più sottile. Il vino non ama gli eccessi: non è l’ubriacatura, ma l’intensità che cerca. Quel punto perfetto in cui il piacere accende i sensi senza spegnerli, in cui ogni sorso ti rende più presente, non ti fa scappare. È un invito a ricordare meglio, a custodire i momenti, non a perderli. È il contrario della fretta, della distrazione, del troppo che ci travolge.
    I grandi scrittori l’hanno sempre saputo: il vino non è solo una bevanda, è una voce. Nei libri non compare mai per caso. È lì, discreto ma vivo, quando si brinda alla gioia o si annega un dolore, quando si scrive o si tace. In Omero è sacro, un dono per gli dèi prima che per gli uomini, un ponte tra il cielo e la terra. In Catullo è carne, risata, il calore di una notte che non vuole finire. Baudelaire lo rende fuga, ma anche elevazione, un modo per toccare l’infinito senza perdersi. Pessoa lo sorseggia tra malinconia e finzione, come se l’identità si trovasse più facilmente con un bicchiere in mano. Nel nostro Pavese il vino parla la lingua dei campi, delle amicizie che non hanno bisogno di parole, di colline che profumano di casa. In Duras è un silenzio che si riempie, una pausa dove le parole non dette trovano spazio.
    La letteratura non usa il vino per abbellire: lo sceglie per ciò che rappresenta. È corpo, è verità, è memoria liquida che sa raccontare. È il coraggio di guardare più a fondo, di leggere tra le righe della vita, di trovare poesia anche nel quotidiano.
    Ogni calice è un frammento di mondo. È un viaggio che inizia in una vigna lontana e finisce sulle tue labbra, portando con sé terre, storie, mani che hanno lavorato sotto il sole. Anche quando bevi da solo, non lo sei mai davvero: il vino chiama presenze. Un ricordo, un pensiero, una persona che non c’è più o che vorresti accanto. È un invito a fermarti, a sentire, a capire. A vivere il momento con la stessa cura con cui è stato creato.
    Per questo, dopo aver lasciato che queste riflessioni si posassero, voglio chiudere con una poesia. Perché il vino non si beve e basta. A volte chiede di essere detto, di diventare parola, verso, anima. Di trasformarsi in qualcosa che resta.

    Vino e Notte

    Nel silenzio della notte, tra colline avvolte,
    una giovane donna, con un calice in mano,
    riflette sulla vita, su strade percorse,
    mentre il vino rosso, profondo, è sovrano.

    Le stelle brillano come sogni sospesi,
    il vino si versa, liquido e denso,
    racconta di terre, di amori intrisi,
    di vite trascorse in un istante intenso.

    L’aroma si spande, un soffio di storia,
    di mani che curano, di vite donate,
    il calice colmo, la sua memoria,
    un sorso che svela notti sognate.

    Sulle colline piemontesi, silenti,
    le vigne si vestono di antiche ballate,
    la donna sorseggia, gli occhi lucenti,
    in un brindisi muto alle ore passate.

    Ogni goccia è un riflesso, un palpito lento,
    un eco di voci, di risa lontane,
    nel vino ritrova un profondo tormento,
    un abbraccio caldo, dissolto nel pane.

    Il cielo abbraccia la terra, infinito,
    e lei con il vino, si sente completa,
    una giovane donna, nel calore assopita,
    vive la notte, la sua anima quieta.

    Seconda classificata nel concorso letterario “Voci di Notte – VITE/VINO”

    https://www.concorsiletterari.net/rassegna-stampa/vincitori-10-concorso-letterario-voci-di-notte-vite-vino/

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Vanessa Fazzolari

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