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    Specchi letterari: il narcisismo da Narciso ai romanzi contemporanei

    20 giugno 2025
    Voce degli altri

    Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.

    Qualsiasi cosa io veda, la inghiotto subito

    proprio com’è, senza il filtro dell’amore o dell’odio.

    Non sono crudele, solo sincero –

    l’occhio di un piccolo dio, a quattro angoli.

    (Specchio, Sylvia Plath, traduzione mia)

    Questi versi di Sylvia Plath colpiscono come un riflesso freddo e implacabile. Lo specchio, testimone silenzioso, non mente: mostra chi siamo, senza indulgenza. La poesia ci conduce al cuore del narcisismo, non solo come vanità, ma come un’ossessione per il sé che ci intrappola, un tema che attraversa il mito, la psicologia e la letteratura, spingendoci a interrogarci su chi vediamo davvero quando ci specchiamo.

    Alle origini: il mito di Narciso

    Narciso, il giovane delle Metamorfosi di Ovidio, si perde nell’ammirazione della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua. La sua bellezza è un dono che diventa condanna: incapace di amare chiunque altro, si consuma in un desiderio sterile, fino a morire. Dal suo corpo nasce un fiore fragile e splendido: il narciso.

    Questa storia ci invita a riflettere su quanto il desiderio di perfezione possa sedurre e isolare. Quante volte abbiamo cercato di costruire un’immagine impeccabile, rischiando di perdere la nostra autenticità? Il mito di Narciso è un archetipo che parla di noi, della nostra lotta per bilanciare amor proprio e apertura all’altro, un tema che la letteratura esplora con profondità e poesia.

    Cos’è il narcisismo?

    In psicologia, il narcisismo è un tratto della personalità caratterizzato da un’eccessiva stima di sé, un bisogno costante di ammirazione e una scarsa empatia. Quando questi tratti si irrigidiscono, secondo il DSM-5, diventano il Disturbo Narcisistico di Personalità, che può compromettere relazioni e benessere.

    Eppure, un po’ di narcisismo è sano: ci spinge a credere in noi stessi, a coltivare la nostra autostima, a brillare in un mondo che spesso ci chiede di dimostrare il nostro valore. Il problema sorge quando il sé diventa l’unico orizzonte, e l’altro si riduce a uno specchio per riflettere la nostra grandezza. La letteratura, con la sua capacità di scandagliare i sentimenti, ci aiuta a comprendere questa tensione, mostrandoci il narcisismo non solo come patologia, ma come un’esperienza umana universale.

    Narcisismo nella letteratura: un viaggio tra i secoli

    Letteratura classica e medievale

    Nel mito di Narciso, Ovidio ci consegna un archetipo che parla di desiderio e isolamento. Nella Divina Commedia di Dante, i superbi dell’Inferno e del Purgatorio incarnano un narcisismo spirituale: il loro ego li acceca, impedendo loro di provare compassione o umiltà. La loro punizione è un monito, ma anche un ritratto di un sentimento universale: la paura di non essere abbastanza, che ci spinge a esaltare il nostro Io.

    Nella letteratura cortese, l’amor proprio dell’eroe cavalleresco si tinge di narcisismo, mascherato da nobiltà: il cavaliere cerca la gloria, ma in fondo cerca sé stesso. Queste storie parlano di una dinamica ancora attuale: la pressione di apparire perfetti, di dimostrare il nostro valore in un mondo che ci osserva.

    Età moderna

    Con Shakespeare, il narcisismo diventa un dramma dell’Io. In Macbeth, il protagonista è consumato da un desiderio di potere che lo rende cieco agli altri: la sua ambizione è un narcisismo tragico, alimentato dalla paura di fallire. In Amleto, invece, il narcisismo si manifesta come introspezione ossessiva: Amleto si specchia nei propri pensieri, incapace di agire, intrappolato in un dialogo con sé stesso.

    Questi personaggi ci fanno pensare a come il narcisismo nasca spesso da un conflitto interiore: il desiderio di grandezza si scontra con la vulnerabilità. Anche Goethe, nel Faust, esplora un ego smisurato: Faust vende l’anima per superare i propri limiti, spinto da una brama di conoscenza che è anche un bisogno di affermare il proprio Io. La sua storia ci ricorda quanto il narcisismo possa essere una risposta al desiderio di lasciare un segno, un sentimento che sentiamo nel bisogno di farci spazio in un mondo competitivo.

    Novecento

    Il Novecento rende il narcisismo più complesso, intrecciandolo con la crisi dell’identità moderna. Nel Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, Dorian incarna l’ossessione per la giovinezza e l’apparenza, ma anche una fuga dalla vulnerabilità.

    Marcel Proust, in Alla ricerca del tempo perduto, scandaglia il narcisismo della memoria: il narratore si specchia nei ricordi, cercando di ricostruire un Io frammentato. Sylvia Plath, ne La campana di vetro, trasforma il narcisismo in una prigione emotiva: Esther Greenwood si osserva senza sosta, soffocata da una società che le impone un’immagine di perfezione.

    In Mrs Dalloway di Virginia Woolf, Clarissa si specchia nelle sue scelte e nei suoi ruoli sociali, cercando un senso di sé attraverso gli occhi degli altri, un narcisismo sottile che nasconde una profonda insicurezza.

    Letteratura contemporanea

    Oggi, il narcisismo si intreccia con la cultura dell’immagine e dei social media. In American Psycho di Bret Easton Ellis, Patrick Bateman rappresenta un narcisismo patologico, un vuoto emotivo mascherato da un’ossessione per l’apparenza.

    Nella narrativa di Elena Ferrante, come L’amica geniale, il narcisismo si manifesta nei legami tra persone, dove il desiderio di affermazione si scontra con il bisogno di riconoscimento. Anche l’autofiction, come in Limonov di Emmanuel Carrère, mette il sé al centro della narrazione, come se la scrittura fosse uno specchio digitale.

    In La vegetariana di Han Kang, Yeong-hye rifiuta il mondo esterno per ritirarsi in un narcisismo estremo, un rifiuto del sociale che è al tempo stesso un grido di libertà e una forma di autodistruzione.

    Il narcisismo e i sentimenti nella letteratura

    La letteratura non mostra solo il narcisismo, ma i sentimenti che lo alimentano: il desiderio di essere visti, la vergogna di non sentirsi abbastanza, la paura di perdere il controllo.

    In Madame Bovary di Gustave Flaubert, Emma si specchia in sogni romantici, inseguendo un’immagine idealizzata di sé che la porta alla rovina. Il suo narcisismo è un desiderio di essere amata, ma anche una ribellione contro un mondo che la confina.

    Leggendo queste storie, capiamo che il narcisismo è spesso una risposta al dolore: ci rifugiamo nel nostro riflesso per proteggerci, ma così facendo ci isoliamo. La letteratura, con la sua capacità di dare voce ai sentimenti, ci invita a guardare oltre lo specchio, a riconoscere le nostre vulnerabilità e a connetterci con gli altri.

    Come riconoscere e gestire una personalità narcisistica?

    Osserva con distacco Definisci confini chiari Comunica in modo assertivo Limita l’attenzione concessa Proteggi il tuo benessere Costruisci una rete di supporto Sii strategico in contesti professionali

    Nessuno di noi è immune dal fascino del proprio riflesso. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine – sui social, nel lavoro, nelle relazioni – sembra definirci. Il narcisismo, in forma lieve o estrema, è parte della nostra natura: ci spinge a interrogarci su chi siamo, su come appariamo, su come veniamo percepiti.

    Ma la letteratura, con i suoi specchi di carta, ci insegna che quando il riflesso diventa l’unica realtà, perdiamo il contatto con gli altri e, spesso, con noi stessi. Il vero coraggio sta nell’accettare le nostre imperfezioni, nel guardare oltre lo specchio e nel costruire relazioni autentiche, dove il desiderio di essere visti non offusca la capacità di vedere.

    11 libri consigliati per esplorare il narcisismo nella letteratura

    Ovidio, Metamorfosi – Il mito di Narciso: l’archetipo della contemplazione sterile. William Shakespeare, Macbeth – Ambizione e ego tragico. Goethe, Faust – Il narcisismo come brama di infinito. Gustave Flaubert, Madame Bovary – L’illusione romantica come specchio narcisistico. Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray – L’ossessione per l’apparenza e l’eternità. Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto – Narcisismo della memoria e dell’identità. Virginia Woolf, Mrs Dalloway – Narcisismo sociale e introspezione. Sylvia Plath, La campana di vetro – Narrazione di un sé frammentato e prigioniero. Bret Easton Ellis, American Psycho – Estetica, violenza e vuoto affettivo. Han Kang, La vegetariana – Il corpo come rifiuto e ritiro narcisistico. Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti – Narrazione dell’identità tra immagine e ribellione.

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    Scoprire il Museo, Emozionarsi a Casasco Intelvi: Viaggio nella Memoria Contadina

    18 giugno 2025
    Racconti e visioni brevi

    Entrare nel Museo Etnografico di Casasco Intelvi è stato come aprire un libro di storie vive. Ogni oggetto, ogni profumo mi ha catturato, ispirando il mio racconto “Era una giornata luminosa”, vincitore nel 2024 del primo premio al concorso nazionale “Emozionarsi al museo”. Oggi ti porto nella Valle Intelvi per scoprire un luogo dove il passato parla e il cuore ascolta. Lasciati guidare dalla storia di Marta e Giovanni, che rende questo museo un’esperienza indimenticabile.

    Era una giornata luminosa quando Marta, ipovedente dalla nascita, e Giovanni visitarono il Museo Etnografico di Casasco Intelvi. Marta si affidava alle descrizioni di Giovanni per esplorare gli oggetti esposti. Nella sezione della cucina, Giovanni indicò una zangola di legno. “È un cilindro con un manico per fare il burro. Immagina il profumo del latte fresco.” Marta chiuse gli occhi, vedendo con la mente una casara al lavoro, il ritmo della zangola come una melodia antica.

    Proseguirono verso l’angolo del contrabbando, dove Giovanni narrava di “spalloni” che attraversavano i boschi con sacchi di merce. “Ecco una bisaccia di cuoio, logora, usata per sale e tabacco,” disse. Marta la sfiorò, inalando l’odore del cuoio. “Sento il viaggio, le mani che l’hanno portata,” mormorò, sorridendo. Giovanni, colpito, ammirava la sua capacità di cogliere l’essenza di ogni storia.

    Nell’area dei Magistri, gli artigiani intelvesi celebri per la scagliola e l’architettura barocca, Giovanni descrisse strumenti da intaglio e modelli in miniatura. Marta immaginava quegli uomini, partiti dalla valle per costruire chiese e palazzi in Europa, il cuore sempre legato alla loro terra. Ogni parola di Giovanni trasformava il museo in un quadro vivo.

    Dopo ore di racconti, raggiunsero il negozio di souvenir. Marta, desiderosa di un ricordo, accarezzava le miniature. Le sue dita riconobbero una piccola zangola, la stessa descritta da Giovanni. “Prenderò questa,” disse, gli occhi illuminati da un’emozione profonda. Giovanni annuì: “Ogni volta che la toccherai, rivivrai oggi.”

    Uscirono, e Marta respirò l’aria fresca di Casasco. “Grazie, Giovanni. Ho visto più di quanto immaginassi.” Camminarono verso la piazza, lasciando il museo ma portando con sé un tesoro di memorie. Marta aveva vissuto un’esperienza che trascendeva la vista.

    Fondato il 5 novembre 1995 per iniziativa del sindaco Piergiorgio Cairoli, il Museo Etnografico di Casasco Intelvi conserva il patrimonio della Valle Intelvi. Ospitato in una casa rurale di pietra e legno, espone oggetti donati dalle famiglie locali: zangole, telai, attrezzi dei Magistri, bisacce degli “spalloni”. La cucina con il camino annerito, la camera con il materasso di foglie di granoturco, l’angolo dei “copa foo” – costruttori di tetti in paglia – ricreano un mondo autentico.

    Dal 2008, l’Associazione Amici del Museo anima il sito con laboratori, passeggiate etnografiche e rievocazioni. Qui si celebra la tenacia di una comunità montana, dai contadini agli artigiani che diffusero l’arte intelvese in Europa, fino agli “spalloni” che sfidavano il confine italo-svizzero. Ogni oggetto racconta fatica, ingegno e solidarietà, invitando a riflettere sulle radici culturali della valle.

    Dieci ragioni per visitarlo:

    1. Viaggia nel tempo: immergiti nella vita contadina, tra zangole e telai.
    2. Vivi i sensi: il profumo di legno e cuoio evoca un passato vero.
    3. Ascolta storie uniche: dagli “spalloni” ai “copa foo”, ogni racconto affascina.
    4. Esplora la valle: sentieri etnografici ti guidano tra boschi e panorami sul Lago di Como.
    5. Impara creando: prova a fare formaggio o tessere in un laboratorio.
    6. Scopri un borgo magico: Casasco, con chiese romaniche e stradine, incanta.
    7. Per ogni età: famiglie, studenti, appassionati di cultura trovano ispirazione.
    8. Visite su misura: aperto in estate o su prenotazione, con guide accoglienti.
    9. Sostieni la comunità: ogni visita supporta il volontariato locale.
    10. Un ricordo eterno: come la zangola di Marta, porterai con te un’emozione.

    A 800 metri di altitudine, tra il Lago di Como e il Ceresio, Casasco Intelvi è un portale verso la storia. Il museo, accessibile con pannelli multilingue e attività per bambini, offre un’esperienza inclusiva. Durante l’estate, feste di paese e rievocazioni riempiono il borgo di canti e sapori tradizionali. Fuori, sentieri storici e la chiesetta di San Zeno invitano a esplorare una valle che ha ispirato artisti e viaggiatori per secoli.

    Questo museo è un dialogo tra passato e presente. Come Marta, che ha “visto” con il cuore, e come me, che ho trovato qui l’ispirazione per un racconto premiato, anche tu scoprirai qualcosa di unico. Vieni a Casasco Intelvi, dove la cultura si tocca, si respira, si vive.

    Guida pratica
    Orari: Luglio e agosto, sabato e domenica, 10:00-12:00 e 15:30-18:00. Visite su prenotazione tutto l’anno.
    Contatti: Associazione Amici del Museo, +39 031 817 123, info@museocasasco.it.
    Come arrivare: In auto da Como (30 km) o Lanzo Intelvi. Parcheggio vicino.
    Consigli: Scarpe comode per i sentieri, macchina fotografica per i panorami.

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    Saper Dire No: Come Proteggere il Tuo Benessere Emotivo

    16 giugno 2025
    Parole per meditare

    Ti è mai capitato di dire sì solo per evitare conflitti, anche quando sentivi che non era la scelta giusta? Spesso, la paura di deludere, di sembrare egoisti o poco disponibili, ci porta ad accettare impegni, richieste o relazioni che non ci fanno bene.

    Saper dire no, invece, è una competenza chiave per proteggere il proprio benessere mentale ed emotivo. È il primo passo per stabilire confini sani, vivere con maggiore autenticità e rafforzare l’autostima.

    Perché è così difficile dire no?

    Le principali ragioni sono:

    1. Senso di colpa: temiamo di ferire gli altri.
    2. Bisogno di approvazione: vogliamo essere amati e accettati.
    3. Condizionamenti sociali: ci hanno insegnato che dire sì è sinonimo di gentilezza.

    Tuttavia, dire sempre sì può portare a stress, burnout e frustrazione. Quando diciamo sì agli altri a scapito di noi stessi, finiamo per trascurare i nostri bisogni più profondi.

    Cosa sono i confini sani e perché servono

    I confini sani sono limiti personali che definiscono ciò che è accettabile per noi, emotivamente, fisicamente e mentalmente. A differenza delle barriere, i confini non isolano: servono a proteggere la nostra energia, la nostra integrità e la nostra libertà personale.

    Benefici dei confini sani:

    1. Maggiore rispetto nelle relazioni
    2. Meno stress e sovraccarico emotivo
    3. Più tempo ed energia per ciò che conta davvero
    4. Aumento dell’autostima

    Cinque strategie per imparare a dire no (senza sentirti in colpa)

    1. Riconosci il tuo diritto di dire no

    Non devi giustificarti per volerti bene. Dire no è un atto di rispetto verso te stesso.

    1. Rispondi con chiarezza e gentilezza

    Frasi efficaci:

    • “Ti ringrazio per aver pensato a me, ma devo rifiutare.”
    • “In questo momento non ho la disponibilità per farlo.”
    • “Preferisco non impegnarmi, grazie per la comprensione.”
    1. Non aspettare di essere esausto

    Impara a dire no prima che la tua energia si esaurisca. Prevenire è meglio che curare.

    1. Fai piccoli esercizi quotidiani

    Allena il muscolo del no. Rifiuta richieste minori per acquisire sicurezza.

    1. Accetta il disagio iniziale

    Dire no può creare tensione. Ma ogni volta che lo fai, rinforzi il rispetto che hai per te stesso. Con il tempo, diventa naturale.

    Dire no è un atto di cura (per te e per gli altri)

    Imparare a dire no non significa essere egoisti, ma essere autentici. Le relazioni più sane sono quelle in cui puoi dire no senza paura, e l’altro lo accoglie con rispetto.

    Ogni “no” detto con chiarezza è anche un “sì” a ciò che conta davvero per te: il tuo tempo, la tua salute mentale, i tuoi obiettivi.

    Conclusione: scegli te stesso, ogni giorno

    Dire no è un atto di coraggio e consapevolezza. Non è facile, ma è necessario. Se vuoi vivere una vita più allineata ai tuoi valori e costruire relazioni più vere, inizia da qui: impara a dire no con amore, fermezza e senza sensi di colpa.

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    Tra un vino e un verso

    14 giugno 2025
    Poesia consapevole
    Tra un vino e un verso

    Ci sono cose che si imparano solo sedendosi, davanti a un bicchiere di vino, in silenzio, con il mondo che rallenta. Non nei libri, non nelle aule, ma in quel momento sospeso in cui il calice cattura la luce e il profumo ti chiede di aspettare. Il vino insegna la pazienza, una lezione che la vita spesso dimentica di offrire. Nulla di ciò che è prezioso nasce in fretta: dal grappolo alla bottiglia c’è un cammino lento, fatto di mani che raccolgono, di stagioni che si alternano, di attese che trasformano. È una forma di amore, questo saper aspettare. È la cura di chi sa che il tempo non ruba, ma dona profondità, come fa con un rosso lasciato invecchiare o con un’esistenza che si lascia affinare.
    Il vino insegna l’attenzione, quella vera. Al primo sorso credi di aver capito tutto: il gusto, la storia, l’essenza. Ma poi, se gli dai tempo, se lo lasci respirare, ti sorprende. Si apre, si racconta, diventa altro. È come con le persone, con i sentimenti: non si afferrano di corsa, non si decifrano al volo. Chiedono di essere guardati, ascoltati, vissuti. Quante volte abbiamo giudicato troppo in fretta, senza lasciare spazio al secondo sorso, alla sfumatura che arriva dopo? Il vino ti ricorda di non farlo.
    E poi c’è la misura, forse la sua lezione più sottile. Il vino non ama gli eccessi: non è l’ubriacatura, ma l’intensità che cerca. Quel punto perfetto in cui il piacere accende i sensi senza spegnerli, in cui ogni sorso ti rende più presente, non ti fa scappare. È un invito a ricordare meglio, a custodire i momenti, non a perderli. È il contrario della fretta, della distrazione, del troppo che ci travolge.
    I grandi scrittori l’hanno sempre saputo: il vino non è solo una bevanda, è una voce. Nei libri non compare mai per caso. È lì, discreto ma vivo, quando si brinda alla gioia o si annega un dolore, quando si scrive o si tace. In Omero è sacro, un dono per gli dèi prima che per gli uomini, un ponte tra il cielo e la terra. In Catullo è carne, risata, il calore di una notte che non vuole finire. Baudelaire lo rende fuga, ma anche elevazione, un modo per toccare l’infinito senza perdersi. Pessoa lo sorseggia tra malinconia e finzione, come se l’identità si trovasse più facilmente con un bicchiere in mano. Nel nostro Pavese il vino parla la lingua dei campi, delle amicizie che non hanno bisogno di parole, di colline che profumano di casa. In Duras è un silenzio che si riempie, una pausa dove le parole non dette trovano spazio.
    La letteratura non usa il vino per abbellire: lo sceglie per ciò che rappresenta. È corpo, è verità, è memoria liquida che sa raccontare. È il coraggio di guardare più a fondo, di leggere tra le righe della vita, di trovare poesia anche nel quotidiano.
    Ogni calice è un frammento di mondo. È un viaggio che inizia in una vigna lontana e finisce sulle tue labbra, portando con sé terre, storie, mani che hanno lavorato sotto il sole. Anche quando bevi da solo, non lo sei mai davvero: il vino chiama presenze. Un ricordo, un pensiero, una persona che non c’è più o che vorresti accanto. È un invito a fermarti, a sentire, a capire. A vivere il momento con la stessa cura con cui è stato creato.
    Per questo, dopo aver lasciato che queste riflessioni si posassero, voglio chiudere con una poesia. Perché il vino non si beve e basta. A volte chiede di essere detto, di diventare parola, verso, anima. Di trasformarsi in qualcosa che resta.

    Vino e Notte

    Nel silenzio della notte, tra colline avvolte,
    una giovane donna, con un calice in mano,
    riflette sulla vita, su strade percorse,
    mentre il vino rosso, profondo, è sovrano.

    Le stelle brillano come sogni sospesi,
    il vino si versa, liquido e denso,
    racconta di terre, di amori intrisi,
    di vite trascorse in un istante intenso.

    L’aroma si spande, un soffio di storia,
    di mani che curano, di vite donate,
    il calice colmo, la sua memoria,
    un sorso che svela notti sognate.

    Sulle colline piemontesi, silenti,
    le vigne si vestono di antiche ballate,
    la donna sorseggia, gli occhi lucenti,
    in un brindisi muto alle ore passate.

    Ogni goccia è un riflesso, un palpito lento,
    un eco di voci, di risa lontane,
    nel vino ritrova un profondo tormento,
    un abbraccio caldo, dissolto nel pane.

    Il cielo abbraccia la terra, infinito,
    e lei con il vino, si sente completa,
    una giovane donna, nel calore assopita,
    vive la notte, la sua anima quieta.

    Seconda classificata nel concorso letterario “Voci di Notte – VITE/VINO”

    https://www.concorsiletterari.net/rassegna-stampa/vincitori-10-concorso-letterario-voci-di-notte-vite-vino/

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    Quando la poesia parla come la gente: il dono di Trilussa 

    12 giugno 2025
    Voce degli altri
    Quando la poesia parla come la gente: il dono di Trilussa 

    Ci sono poeti che si leggono e altri che si sentono dentro, come una voce che parla al cuore. Trilussa, per me, è entrambe le cose. Sfoglio una sua raccolta e mi ritrovo in un film in bianco e nero, con dialoghi vivaci che sembrano scritti oggi. Le sue parole prendono vita: passeggiano per le strade di Roma, si fermano al bar, mi guardano con ironia e mi lasciano un pensiero più profondo di quanto immaginassi. Con la sua penna, Trilussa cattura l’anima di una città e l’essenza dell’umanità.

    Carlo Alberto Salustri, noto come Trilussa, nasce a Roma nel 1871 e diventa la voce del popolo romano, ma anche di chiunque apprezzi la semplicità pregna di significato. Scrive in dialetto romanesco, ma i suoi versi sono universali, toccando temi come l’ironia, la malinconia, le difficoltà quotidiane e la ricerca di senso nelle piccole cose. Roma è nei suoi vicoli, nelle osterie, nei personaggi che paiono dipinti, ma Trilussa va oltre: osserva il mondo con un sorriso che cela una saggezza profonda, ridendo delle debolezze umane senza giudicarle.

    Leggerlo è come guardare un film umoristico con una colonna sonora malinconica. Una battuta ti fa sorridere, ma poi ti fermi a riflettere. La sua poesia unisce leggerezza e profondità, usando l’umorismo per svelare verità scomode. Nei suoi versi, animali come gatti, corvi o cicale parlano, raccontando vizi e virtù umane con una chiarezza disarmante. È semplice senza essere banale, popolare senza cadere nel prevedibile.

    Nei momenti di smarrimento, quando il mondo sembra caotico, apro un suo libro a caso. È un amico che sa cosa dire. Ogni poesia è uno specchio: ti riconosci, anche se parla di un lupo o di un passero sognatore. Trilussa ti fa sentire parte di una storia più grande, quella dell’umanità con le sue speranze e fragilità.

    Trilussa non si limita alla poesia: è un cronista del suo tempo, un satirico che critica politica e società con acume, spesso sfuggendo alla censura fascista grazie alla sua astuzia. Le sue favole, ispirate a Esopo e La Fontaine, rinnovano il genere con un tocco moderno, mentre le poesie d’amore rivelano una sensibilità intima, meno conosciuta ma altrettanto potente. La sua Roma non è solo folklore: è un microcosmo dove si riflettono i paradossi dell’esistenza.

    Per avvicinarsi a lui o riscoprirlo, consiglio:

    • Le poesie di Trilussa (Einaudi): una raccolta che include capolavori come La cicala e la formica e versi meno noti, sempre attuali.
    • Lupacchiotto (Mondadori): favole dove gli animali rispecchiano l’umanità, narrate con ironia tagliente.
    • Tutte le poesie (Newton Compton): un’edizione completa per esplorare la sua filosofia di vita, semplice ma mai scontata.
    • Ommini e bestie (Rizzoli): una selezione che evidenzia il suo talento nel mescolare satira sociale e riflessione morale.

    Mi piace vivamente soprattutto questa poesia, Er gatto e er cane, che con la sua ironia sottile mostra come Trilussa sappia parlare di amicizia e differenze con una leggerezza che colpisce nel segno:

    Er gatto e er cane
    Er Gatto disse ar Cane: «Io so’ io,
    e tu nun sei nessuno: io so’ un felino,
    un animale nobile, un dio der camino;
    tu sei un servitore, un povero dio».
    Rispose er Cane: «Amico, nun fa er forte:
    la nobiltà nun conta quanno c’è
    la fame che te rode, e a casa mia
    ce stanno ossi che te fanno gola».
    Morale: l’orgoglio è bello, ma la panza
    vo’ pure la sua parte, e l’amicizia
    se forma quanno er core nun se vanta.

    Trilussa è un compagno di viaggio che ti fa ridere nei momenti bui e riflettere quando tutto corre troppo in fretta. Parla di Roma, ma anche di noi, delle nostre aspirazioni e contraddizioni. È un film senza fine, fatto di versi che pulsano, vivi come la sua città e il suo spirito indomabile. A te piace Trilussa? Lasciamelo nei commenti!

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    Di rossetto, sogni e libertà

    10 giugno 2025
    Interazioni

    Ricordo quando giocavo da bambina.

    Mi bastava un fiore, una corda, un sogno tra le mani per sentirmi invincibile.

    Poi il tempo ha fatto il suo mestiere: mi ha portata lentamente verso la donna che sono oggi.

    E lungo quel cammino, ho cominciato a guardarmi con occhi diversi.

    Ricordo il primo giorno del rossetto.

    Scelsi un colore rosa, tenero e incerto,

    quasi come se temessi di diventare grande tutto d’un tratto.

    Mi sedetti davanti allo specchio come davanti a una magia.

    Con mani tremanti ma felici, mi dipinsi le labbra.

    Poi un tocco leggero di blush sulle guance,

    e infine un filo di mascara,

    giusto quel tanto da allungare le ciglia e lo sguardo.

    Mi guardai.

    E per la prima volta pensai: mi sento bella.

    Non perché fossi diversa,

    ma perché cominciavo a riconoscermi.

    Ci sono giorni in cui il mondo sembra chiederti di essere meno.

    Meno intensa, meno fragile, meno donna.

    Eppure, in mezzo a quel rumore che confonde e pretende,

    nasce una voce che sussurra piano, ma con forza.

    Una voce che non chiede il permesso.

    Una voce che dice…

    Sono bella, sono donna.

    Non è un vanto, è un sussurro.

    Un modo per ricordarmi che, nonostante le ombre,

    sono luce che resiste.

    Sono bella anche quando piango,

    quando non mi riconosco allo specchio,

    quando la voce trema ma la schiena resta dritta.

    Sono donna,

    nella forza che non urla,

    nella cura che consola,

    nella tempesta che sa farsi mare calmo.

    Non cerco approvazione,

    ma verità nei miei gesti,

    libertà nelle mie scelte,

    pace nelle mie battaglie.

    Essere donna non è un’etichetta,

    è un’esperienza piena,

    che pulsa nella pelle,

    che canta anche nel silenzio.

    E sì, sono bella.

    Perché ho imparato a esserlo

    anche nei giorni storti,

    anche quando il mondo mi voleva diversa.

    Sono bella, sono donna,

    e questo è il mio punto di partenza.

    Indossa ciò che ti fa sentire te stessa Non seguire la moda, ascolta il tuo corpo e il tuo umore. Un abito può diventare un alleato quando ti rappresenta. La vera femminilità nasce dal sentirsi a proprio agio nella propria pelle. Cura i tuoi rituali quotidiani Un gesto semplice come mettersi una crema, pettinarsi con calma, profumarsi… non è vanità, è un modo di dirsi: “Mi merito tempo”. E il tempo che ci si dedica è il primo atto d’amore verso sé stesse. Non scusarti per la tua sensibilità Essere emotiva non è una debolezza. È il tuo radar sul mondo. Le lacrime, le intuizioni, le emozioni profonde sono parte della tua forza. Onorale. Coltiva la tua voce interiore Scrivi, canta, disegna, crea. Esprimerti è un modo per non spegnerti. La femminilità è anche un atto di presenza: ci sono, sento, lascio un segno. Circondati di donne che ti ispirano Le relazioni tra donne possono essere una delle fonti più potenti di crescita. Le amiche vere, le sorelle scelte, le madri spirituali ti ricordano che non sei sola. Accogli il tuo corpo in ogni stagione Non aspettare di essere “perfetta” per amarti. Il tuo corpo racconta la tua storia: accarezzalo, rispettalo, ringrazialo. La femminilità è anche ascolto fisico, non solo estetico. Celebra i tuoi cicli La femminilità è fatta di fasi: lunari, emotive, biologiche. Impara a viverle come alleate, non come ostacoli. Ogni fase ha una saggezza da offrirti. Impara a dire no con grazia Essere donna non significa essere sempre disponibile. Un no detto con rispetto è un atto sacro. È confine, è identità, è amore per sé. Prenditi cura della tua spiritualità Che sia nella natura, nella meditazione, nella preghiera o nella danza: trova un luogo sacro in cui ritrovarti. Essere donna è anche appartenere a qualcosa di più grande. Ricorda che la femminilità è tua, e tua soltanto Non lasciare che te la definiscano gli altri. Non è un canone, non è una taglia, non è un cliché. È la somma delle tue scelte, dei tuoi silenzi, delle tue rivoluzioni intime.

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    “Tossicità nelle Relazioni: Riconoscerla, Proteggersi, Rinascere”

    9 giugno 2025
    Parole per meditare

    Viviamo in un mondo di relazioni, dove ogni incontro può nutrirci o, al contrario, lasciarci svuotati. Ma cosa significa davvero “tossicità” in psicologia? E come possiamo proteggerci da chi, consapevolmente o meno, ci ferisce emotivamente? In questo articolo esploreremo il concetto di persone tossiche, come riconoscerle e come preservare il nostro benessere, con un approccio mindful e radicato nella riflessione.

    In psicologia, la “tossicità” non si riferisce a persone intrinsecamente “cattive”, ma a comportamenti, atteggiamenti o dinamiche relazionali che hanno un impatto negativo sul benessere emotivo e psicologico di chi li subisce. Il termine, mutuato dalla medicina, descrive azioni o parole che, come un veleno, compromettono la salute mentale di chi ne è esposto.

    Le persone che manifestano comportamenti tossici spesso agiscono per insicurezza, traumi irrisolti, bassa autostima o mancanza di consapevolezza emotiva. Non sempre sono consapevoli del danno che causano: possono essere manipolative, critiche o egocentriche senza rendersene conto. Tuttavia, l’effetto è lo stesso: prosciugano energie, creano conflitti e fanno sentire gli altri inadeguati o in colpa.

    Riconoscere i comportamenti tossici è il primo passo per proteggere il proprio equilibrio emotivo. Ecco sette segnali che, secondo la psicologia, possono indicare una relazione tossica, supportati da dati e osservazioni cliniche:

    1. Manipolazione emotiva: Le persone tossiche spesso cercano di controllare gli altri attraverso il senso di colpa o il ricatto affettivo. Ad esempio, possono usare frasi come “Se mi volessi davvero, faresti questo” per ottenere ciò che vogliono.
    2. Critiche costanti: Sminuiscono, giudicano o sottolineano i tuoi difetti, facendoti sentire inadeguato. Uno studio del 2020 evidenzia che le critiche continue possono ridurre l’autostima e alimentare ansia.
    3. Egocentrismo: Parlano solo di sé, ignorando i tuoi bisogni o emozioni. Questo atteggiamento riflette spesso una bassa autostima nascosta dietro un’apparente sicurezza.
    4. Negatività cronica: Si concentrano sempre sul lato negativo, lamentandosi senza cercare soluzioni. Ricerche condotte dall’Università Friedrich Schiller dimostrano che l’esposizione prolungata a negatività causa stress significativo.
    5. Vittimismo: Assumono il ruolo della vittima per attirare attenzione o evitare responsabilità. Questo comportamento può drenare energie emotive e creare squilibrio nelle relazioni.
    6. Mancanza di rispetto per i confini: Invadono il tuo spazio personale, ignorano i tuoi “no” o pretendono disponibilità costante. Questo è un segnale di controllo tossico.
    7. Gaslighting: Una forma estrema di manipolazione in cui ti fanno dubitare della tua percezione della realtà, portandoti a sentirti confuso o insicuro.

    Questi segnali non significano che una persona sia “tossica” in assoluto: tutti possiamo avere momenti negativi. Tuttavia, se questi comportamenti sono costanti e ti fanno sentire svuotato, è il momento di agire.

    Secondo un sondaggio dell’Associazione Psicologica Americana, il 76% dei lavoratori che hanno sperimentato tossicità sul posto di lavoro ha riportato un impatto negativo sulla salute mentale. Inoltre, uno studio del 2020 di Mall e colleghi classifica i comportamenti tossici in quattro categorie: stabili (costanti nel tempo), crescenti, decrescenti o fluttuanti, suggerendo che la tossicità può evolvere in base al contesto.

    In Italia, i dati dei Centri Antiviolenza indicano che il 75-80% degli autori di violenza psicologica (una forma di tossicità) non presenta disturbi mentali evidenti, ma agisce per dinamiche di controllo o insicurezza. Questo sottolinea come la tossicità possa essere subdola e non sempre legata a patologie.

    Proteggersi dalla tossicità non significa isolarsi, ma imparare a stabilire confini sani e a coltivare relazioni nutrienti. Ecco alcune strategie ispirate alla mindfulness e alla psicologia:

    1. Ascolta il tuo corpo: Quando sei con qualcuno, nota come ti senti. Sei teso, svuotato, ansioso? Il tuo corpo è un campanello d’allarme. Chiediti: “Questa relazione mi fa crescere o mi spegne?”
    2. Stabilisci confini chiari: Impara a dire “no” senza sensi di colpa. Ad esempio, se qualcuno invade il tuo tempo, rispondi con calma: “In questo momento non sono disponibile, parliamo più tardi.” L’assertività è un’arma potente.
    3. Riduci il contatto: Se possibile, limita le interazioni con chi ti fa stare male. Se si tratta di un collega o familiare, usa la tecnica della “roccia grigia”: rispondi in modo neutro e non alimentare conflitti.
    4. Circondati di positività: Cerca persone che ti ispirano, ti ascoltano e rispettano i tuoi bisogni. Le relazioni sane rafforzano la tua resilienza emotiva.
    5. Pratica l’auto-compassione: La tossicità altrui può farti dubitare di te stesso. Ricordati che non sei responsabile dei comportamenti degli altri. Dedica tempo a te: medita, scrivi un diario, fai ciò che ti rigenera.
    6. Chiedi supporto: Se una relazione tossica ti sta logorando, parlane con un amico fidato o considera un percorso con uno psicologo. La terapia può aiutarti a riconoscere dinamiche dannose e a ricostruire la tua autostima.

    Prova questo esercizio di cinque minuti per riconnetterti con te stesso dopo un’interazione tossica:

    • Trova un luogo tranquillo e siediti comodamente.
    • Chiudi gli occhi e fai tre respiri profondi, contando fino a quattro mentre inspiri e sei mentre espiri.
    • Visualizza un cerchio di luce intorno a te, che rappresenta i tuoi confini emotivi. Immagina che le parole o le azioni tossiche rimbalzino su questo cerchio, senza toccarti.
    • Ripeti mentalmente: “Io sono abbastanza. Merito rispetto.”
    • Quando sei pronto, apri gli occhi e scrivi tre cose che apprezzi di te stesso.

    Questo esercizio ti aiuta a centrarti e a ricordare il tuo valore, anche di fronte alla negatività altrui.

    Le persone tossiche non sono mostri, ma individui con ferite che, spesso inconsapevolmente, riversano sugli altri. Riconoscere i loro comportamenti non significa giudicarli, ma scegliere di proteggere il tuo benessere. La vera forza sta nel sapere quando restare e quando allontanarsi, con gentilezza verso gli altri e, soprattutto, verso te stesso.

    Hai mai avuto a che fare con una relazione tossica? Quali strategie ti hanno aiutato a gestirla? Condividi la tua esperienza nei commenti: il tuo racconto potrebbe ispirare qualcun altro.

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    Oltre il morso, letteratura vampiresca 

    8 giugno 2025
    Racconti e visioni brevi

    La letteratura vampiresca non è solo un genere gotico o fantastico. È un territorio narrativo denso di simboli, un luogo in cui il desiderio e la paura si intrecciano, dove la sete non è soltanto di sangue ma anche di senso, d’identità, di appartenenza. Il vampiro attraversa i secoli trasformandosi: da creatura maledetta a figura malinconica, da mostro a metafora del tempo che passa senza pietà.

    Nata in forma moderna con Il Vampiro di John Polidori (1819), questa letteratura ha poi trovato il suo massimo splendore con Dracula di Bram Stoker (1897), dove la figura del conte rumeno si carica di erotismo, minaccia coloniale e suggestioni psicoanalitiche. Ma ci sono anche voci precedenti e parallele, come Carmilla di Sheridan Le Fanu (1872), che con sottile grazia anticipa molti temi legati all’identità sessuale e alla seduzione ambigua.

    Nel Novecento, Anne Rice rivoluziona il mito con Intervista col vampiro (1976), introducendo il vampiro introspettivo, esistenziale, sofferente. Una figura che non incute solo timore, ma genera empatia. Con la saga Twilight di Stephenie Meyer (2005), il vampiro entra nel mainstream adolescenziale e si carica di nuovi significati: il controllo, la purezza, l’amore idealizzato. Eppure, anche qui, sotto la superficie, resta vivo il conflitto tra istinto e repressione.

    Tra le opere più intense del nostro tempo c’è Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist (2004), romanzo nordico cupo e poetico che intreccia vampirismo, abbandono e disagio infantile. Una lettura che mostra come la figura del vampiro sia ancora fertile, capace di raccontare la solitudine e la violenza sottile dei giorni nostri.

    Accanto alla narrativa, anche la poesia ha saputo abbracciare l’immaginario vampiresco. Charles Baudelaire, nei Fiori del male, ci regala versi in cui il vampiro diventa metafora della passione distruttiva. Sylvia Plath lo utilizza per esprimere il legame tossico e viscerale col padre in Daddy, dove il vampiro “ha bevuto il mio sangue per un anno intero”. In forme più contemporanee, diversi poeti e scrittori emergenti, attraverso blog o riviste letterarie, utilizzano la figura del vampiro per riflettere sul vuoto digitale, sulla dipendenza affettiva, sulla fame di visibilità e autenticità.

    Nel contesto attuale, il vampiro non è più (solo) il conte oscuro che vive in castelli lontani. È una figura fluida, post-umana, che abita i social media, le relazioni inquiete, le notti insonni delle metropoli. È la fame emotiva, la ricerca disperata di qualcosa che ci faccia sentire vivi in un mondo dove tutto scorre troppo in fretta.

    Leggere letteratura vampiresca oggi significa riflettere su cosa siamo disposti a sacrificare per restare giovani, amati, presenti. Significa esplorare il confine tra ciò che ci nutre e ciò che ci consuma. Ogni vampiro ci pone la stessa domanda silenziosa: cosa resterà di te, quando tutto ciò che ami chiederà il tuo sangue?

    È un genere che non smette di parlarci perché parla, in fondo, di noi.

    2 commenti su Oltre il morso, letteratura vampiresca 
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    Costruire la fiducia e scoprire la realtà 

    6 giugno 2025
    Poesia consapevole

    ⸻

    Ci ho messo un po’ a capire cosa fosse davvero la fiducia. Per molto tempo ho creduto fosse qualcosa che si dà, che si regala interamente, come un pacchetto chiuso. Invece, col tempo, ho scoperto che la fiducia è fatta di strati, di piccole scelte quotidiane, e di ferite che ti insegnano a guardare meglio.Possiamo imparare dalle fiabe, ma dobbiamo vivere con occhi aperti. La fiducia non nasce solo nei libri: si coltiva ogni volta che scegliamo di crederci, anche senza garanzie.

    Questa poesia l’ho scritta nei giorni in cui mi sono resa conto che non sempre i lupi arrivano ringhiando. A volte entrano in silenzio, con il sorriso, nascosti dentro gesti che sembrano dolci. E allora ti accorgi che non basta chiudere la porta, perché certe crepe sono dentro, non fuori.

    “La Fiducia” è nata così: come un tentativo di dare forma a qualcosa che spesso non ha voce. È un modo per ricordarmi – e forse anche ricordarvi – che ricostruire non è un segno di debolezza, ma di forza. Che ogni volta che riprendiamo in mano i nostri ramoscelli, anche a mani nude, stiamo scegliendo di credere ancora.

    E questo, per me, è già volare.

    ⸻

    La Fiducia

    La fiducia era ben costruita da bambina.
    La fiducia era tutt’altro,
    non come adesso.
    La fiducia magari era leggere e rileggere
    1000 volte il Cappuccetto Rosso,
    non fidarsi dei lupi.

    La questione è che impari
    che i lupi entrano lo stesso.
    Non bussano,
    passano dalle crepe del silenzio.
    Ci sono predatori dell’anima
    vestiti da carezze,
    da promesse senza fondamenta.

    E da grande,
    scopri che non basta una porta
    per tenerli fuori.

    La fiducia allora è simile a un nido:
    si costruisce piano piano
    e con sforzo.
    Ramoscello dopo ramoscello,
    fiato dopo fiato,
    come se il cuore fosse un uccello
    che non ha ancora imparato
    a volare.

    Basta solo un attimo per spezzarlo.
    Basta che vada via
    un pezzo di muschio,
    un pezzo di paglia,
    e devi ricominciare da capo.
    Da zero.
    Con le mani nude.

    Sì, la fiducia è come un nido,
    oppure come una nave
    che piano piano
    deve prendere il volo
    (perché certe navi volano,
    quando credi abbastanza).
    Per arrivare a un altro pianeta,
    dove non serve chiudere a chiave.

    La fiducia è così.
    Si costruisce piano piano
    senza fretta,
    come un albero che cresce
    anche se nessuno lo guarda.

    E se cade,
    non fa rumore.
    Fa silenzio.
    Fa dentro.
    Fa tempo.

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    I fantasmi nella letteratura. Perché tornano? 

    5 giugno 2025
    Racconti e visioni brevi

    Ci sono notti in cui sento il bisogno di tornare alle parole. Non a quelle dette a voce alta, ma a quelle che abitano il silenzio. Apro un libro e cerco. Non sempre so cosa. A volte un conforto, altre una spiegazione, spesso un’assenza. Ed è proprio lì che li trovo: i fantasmi.

    Scrivo spesso di ciò che non si vede. Lo faccio per abitudine, per vocazione forse, ma anche perché credo che le cose più vere siano proprio quelle che ci attraversano senza lasciarsi toccare. I fantasmi della letteratura sono tra queste cose: non fanno paura come da bambini, ma ci somigliano. Raccontano le nostre ombre, le nostre mancanze, i legami che non siamo riusciti a sciogliere.

    Questo articolo nasce dal desiderio di guardarli da vicino. Di dare spazio a quelle presenze letterarie che tornano non per spaventare, ma per chiedere ascolto. Perché i fantasmi, nei libri come nella vita, a volte vogliono solo essere riconosciuti.

    Voci che non se ne vanno

    Ci sono momenti in cui torno nei libri come si torna in una vecchia casa. Apro le pagine non solo per cercare parole, ma per incontrare fantasmi. Non quelli che fanno paura, ma quelli che sussurrano. Sono le presenze che abitano tra le righe, che tornano a raccontare ciò che è rimasto in sospeso. A volte non cercano vendetta, ma attenzione. Vogliono essere ascoltati, riconosciuti. E in fondo, anche noi.

    I fantasmi nella letteratura non sono soltanto spiriti. Sono quello che non abbiamo detto, quello che ci insegue nei sogni, che si infila nei ricordi. Sono l’amore che non ha fatto in tempo, la colpa che non si è potuta espiare, la memoria che non si spegne. Tornano per risolvere ciò che noi non riusciamo a lasciar andare.

    Fantasmi letterari che lasciano traccia

    I fantasmi sono anime narranti. In Amleto di Shakespeare, il padre torna per chiedere giustizia, ma accende anche il dubbio. È l’inizio di una ricerca profonda, una ferita che non si può ignorare.

    In Cime tempestose, Emily Brontë fa di Catherine un’ombra che non vuole andarsene. È amore ostinato, non pacificato. È la tempesta del sentimento che non si rassegna alla fine.

    Nel racconto Il giro di vite di Henry James, invece, i fantasmi sono ambigui. Esistono davvero o sono riflessi dell’animo umano? James ci mette di fronte a una verità disturbante: il vero spettro potrebbe essere dentro di noi.

    Presenze contemporanee: quando il passato bussa ancora

    In Beloved di Toni Morrison, il fantasma è carne e voce. È la figlia perduta che torna, ed è insieme dolore e richiesta di perdono. Un romanzo necessario per ascoltare i silenzi lasciati dalla storia.

    In Lacci di Domenico Starnone, i fantasmi non sono visibili, ma si insinuano nei rapporti familiari. Sono i legami spezzati, le promesse non mantenute, la vita che non è andata come doveva.

    Nel delicato Le nostre anime di notte di Kent Haruf, il fantasma è la solitudine condivisa. È il tentativo di due anime di non scomparire nel silenzio, di lasciarsi conoscere prima che sia troppo tardi.

    E in Cose che non voglio dimenticare di Lara Prescott, tornano i ricordi, i segreti, le parole censurate. Sono presenze che riemergono nella scrittura, come frammenti di una verità che non vuole restare sepolta.

    Scrivere (e leggere) per lasciarli andare

    I fantasmi della letteratura ci attraggono perché parlano di noi. Delle nostre paure, delle nostre speranze, delle parti di noi che non trovano voce. Sono il nostro specchio, a volte oscuro, a volte tenero. Leggerli, per me, è anche un modo per lasciarli andare. Perché ogni storia che si racconta è una forma di liberazione. Un esorcismo dolce.

    Forse per questo li cerco. Per dare parola a ciò che non ha più corpo. Per ascoltare chi non può più parlare, ma ci parla ancora. Attraverso le pagine, attraverso il tempo, attraverso quel silenzio che solo la letteratura sa accogliere.

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Vanessa Fazzolari

Crescita personale e letteratura

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