Restare senza farmi guerra

Ci sono giorni in cui l’idea di dover diventare “migliore” mi stanca più delle ferite stesse. Come se esistesse una versione giusta di me da inseguire, sempre un passo più avanti, sempre irraggiungibile. E allora mi fermo e provo a dirmi una verità semplice, quasi scomoda: io non sono un errore da correggere, sono una presenza da abitare.

Non sempre devo andare oltre. A volte devo restare. Restare con me stessa senza guardarmi come se non fossi mai abbastanza. Senza trasformare ogni fragilità in un difetto da sistemare. È difficile, perché ho imparato a misurarmi, a giudicarmi, a chiedermi continuamente di più. Ma dentro di me sento che c’è un altro modo: uno spazio in cui non devo migliorarmi per meritare di restare.

Poi però arriva la vita, e non è delicata. Non mi avvisa, non mi prepara. Mi attraversa. Mi prende alla sprovvista e mi lascia addosso segni che non sempre so nominare. Ci sono giorni che mi pesano sul petto come pioggia che non finisce, giorni in cui anche respirare sembra un gesto che devo concedermi con cautela.

In quei momenti non sono forte. Non lo sono davvero. Sono solo lì, a raccogliere pezzi di me. A volte mi sembra di farlo con le mani nude, tra schegge che pungono, tra ricordi che tagliano. Eppure continuo. Non perché so come si fa, ma perché resto.

E restare, per me, è diventato un atto di coraggio.

Ho capito che non tornerò “come prima”. Che quella versione di me non esiste più, e forse non deve esistere. Posso solo diventare qualcuno che ha attraversato, qualcuno che porta dentro le crepe senza vergognarsene. Qualcuno che non si abbandona mentre cambia.

La vita non mi chiede scusa. Non torna indietro a spiegarsi. Ma lascia dentro di me qualcosa che resiste: una voce piccola, ostinata, che non urla, che non pretende. Dice solo: “sono qui”.

E io imparo ad ascoltarla.

Forse è questo il mio miracolo minimo: non smettere di sentirmi, anche quando fa male. Non trasformare il dolore in una colpa. Non farmi guerra.

Resto. Con tutto quello che sono.


La vita

La vita ti schiaffeggia,
fa di te quello che vuole.
Il tempo di voltarti
e hai già un’altra ferita.

Non bastano le dita di una mano
per fare i conti con ieri,
né gli occhi per contenere
tutto quello che hai visto cadere.

Ci sono giorni che pesano addosso
come pioggia che non sa finire,
giorni in cui anche il respiro
sembra chiederti il permesso.

E tu resti lì,
a raccogliere pezzi di te
come vetri sparsi sul pavimento,
con le mani nude
e il coraggio che sanguina piano.

La vita non chiede scusa,
non torna indietro a spiegarsi,
ti attraversa e basta,
come vento nelle stanze aperte.

Ma dentro ogni ferita
c’è una lingua segreta
che sa ancora dire:
“sono qui,
nonostante tutto”.

E forse è questo il miracolo minimo:
non smettere di sentirti,
anche quando fa male,
anche quando ieri pesa più di oggi.

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