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Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.
Qui troverai poesia, respiro e presenza.
Non serve capire tutto.
Basta sentire.
Lascia fuori il rumore.
Resta un momento.
Leggi con calma.
E se vuoi, torna quando vuoi.
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Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.
Qui troverai poesia, respiro e presenza.
Non serve capire tutto.
Basta sentire.
Lascia fuori il rumore.
Resta un momento.
Leggi con calma.
E se vuoi, torna quando vuoi.
Ti racconto questa storia perché, forse, è anche la tua.
Lo conobbi d’estate, in una di quelle sere in cui il vento sa di sale e la notte sembra promettere qualcosa di speciale. C’era il rumore del mare in lontananza e il suo sguardo addosso a me. Magnetico, deciso. Uno di quelli che entrano nella tua vita con la sicurezza di chi non deve chiedere, perché è abituato a prendere.
Otto volte. Otto sguardi per dirgli, senza parole, che lo trovavo speciale.
E lui lo sapeva. Se lo aspettava. Lo voleva.
All’inizio, era tutto perfetto. Diceva le cose giuste, nel modo giusto. Sapeva quando guardarmi, quando toccarmi, quando farmi sentire l’unica persona sulla faccia della terra. Mi faceva salire sulle montagne russe con lui, e in alto, così in alto, il mondo sembrava un posto bellissimo.
Il primo giro fu emozionante.
Poi arrivò il secondo. E iniziarono le discese.
Le sue attenzioni non erano più esclusive, ma io cercavo di non farci caso. Se notavo qualcosa, rideva: “Sei troppo sensibile.” Se provavo a parlargli, sospirava: “Stai esagerando.” Se mi faceva male, alzava gli occhi al cielo: “Non farne un dramma.” E io? Io cominciai a pensare che avesse ragione.
Senza accorgermene, diventai Eco.
Ripetevo i suoi pensieri, annuivo ai suoi discorsi, gli restituivo il riflesso che voleva vedere. Un amore costruito sulla mia scomparsa. Più mi perdevo, più lui brillava. Ogni sua frase diventava verità, ogni suo gesto un comandamento. “Senza di me, chi saresti?” Sottinteso, mai detto.
Il quarto giro arrivò come una lama.
Le sue parole non erano più carezze, ma schegge. “Non sei più quella che mi piaceva all’inizio.” Ero sempre io, ma non andava più bene. Lui doveva ridurmi, consumarmi, perché la mia sicurezza era un ostacolo al suo dominio. Più mi faceva dubitare di me, più lui diventava il mio centro.
Il quinto giro fu fatto di silenzi.
Mi ignorava quando gli serviva, mi faceva sentire invisibile. Poi, all’improvviso, arrivava il bombardamento d’amore.
Mi travolgeva di attenzioni, di parole dolci, di “non posso perderti”. E io? Io credevo a ogni sillaba.
Perché quando un narcisista ti spezza, non lo fa mai tutto in una volta. Ti distrugge un pezzo alla volta, per farti credere che puoi ancora aggiustarlo.
Ma lui non tornava mai.
Al sesto giro iniziai a vedere le crepe. Al settimo, capii che non era un uomo speciale. Era un uomo vuoto. Un uomo che si nutre di chi ha accanto, perché senza, non ha nulla.
E così arrivò l’ottavo giro. L’ultimo.
Non ero più il cervo braccato. Non ero più Eco, che ripete le parole di un altro. Ora ero Nemesi, la giustizia che arriva silenziosa.
L’ottava volta che mi trascinò nel suo gioco, dissi NO. NO alla sua voce che mi spegneva. NO alla sua insicurezza travestita da superiorità. NO a questa giostra che girava solo per lui, mentre io diventavo un’ombra.
E scesi.
Il terreno sotto di me tremava, il vuoto era spaventoso. Ma poi, tra la terra smossa, vidi qualcosa.
Un bucaneve.
Un fiore fragile, eppure così forte da sbocciare nel gelo.
Come me.
Come chiunque abbia amato un narcisista e ne sia uscita.
Guardai la giostra girare ancora, pronta per un’altra preda. Ma io ero libera. Finalmente. E stavolta, nessuno mi avrebbe mai più fatta salire.
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Da sempre ho sentito Pasolini come una voce che parla a chi non ha voce. Una voce che non consola, ma illumina. Non teme di dire ciò che altri tacciono. Ogni volta che lo leggo, ho la sensazione che mi stia guardando dentro, come se sapesse già tutto di noi: le paure, le contraddizioni, la fame di verità. Forse è questo il potere degli scrittori che non cercano approvazione, ma libertà.
Ci sono autori che non si leggono soltanto: si attraversano, ci scuotono, ci mettono di fronte alla realtà. Pasolini appartiene a questa rara specie di scrittori capaci di farci vedere l’Italia da dentro, con tutte le sue ferite e la sua bellezza. Quando lo si legge, ci si accorge che non è mai stato un autore del passato, ma una voce del presente più urgente, di quello che ancora ci interroga e ci chiede coraggio.
Pasolini non scriveva per piacere, ma per necessità. Viveva la parola come carne, come sangue. Nei suoi testi non cercava la bellezza fine a sé stessa, ma la verità, anche quando faceva male. In un tempo come il nostro, dove la comunicazione spesso si riduce a immagine e apparenza, la sua voce rimane un richiamo all’autenticità. Ci insegna che scrivere e vivere significa prendere posizione, rischiare di essere fraintesi, ma restare fedeli alla propria coscienza.
Nella letteratura italiana, è stato un ponte tra il mondo contadino e la modernità industriale, tra la lingua della strada e quella della poesia. Con Ragazzi di vita ha portato nella narrativa la vita vera delle borgate romane, con il loro linguaggio crudo e la loro innocenza ferita. Con Una vita violenta ha continuato quella denuncia sociale che diventa sguardo umano e politico.
Nel Poeta delle Ceneri Pasolini si confessa senza filtri, mostrando che la poesia può essere un atto di resistenza. In Le ceneri di Gramsci e La religione del mio tempo il verso si fa preghiera laica, dialogo con un’Italia che cambia e perde la sua anima. Negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane la sua penna diventa lama: analizza la televisione, il consumismo, la manipolazione culturale con una lucidità che oggi appare profetica.
Ma c’è un altro volto di Pasolini, più intimo, che spesso passa in secondo piano: la sua concezione dell’amore. Per lui l’amore era una forza tragica e liberatrice allo stesso tempo, un sentimento che nasceva dal desiderio di purezza e finiva per scontrarsi con la realtà. Non era mai idealizzato, né consolatorio: era un atto di verità, di vulnerabilità, spesso intriso di dolore. Nei suoi versi l’amore diventa un grido umano, un modo per restare fedeli a sé stessi anche nella sconfitta.
Ne La nuova gioventù, la sua ultima raccolta poetica, l’amore è raccontato come nostalgia e resistenza, come bisogno di contatto in un mondo che perde la tenerezza. Nel romanzo Teorema, invece, Pasolini lo trasforma in simbolo di rivelazione: un ospite misterioso sconvolge la vita di una famiglia borghese, mostrando che l’amore — fisico, spirituale, umano — è l’unica forma di conoscenza autentica. Anche nel film e nella sceneggiatura di Medea, l’amore diventa un linguaggio sacro e distruttivo, che unisce eros e sacrificio.
L’amore, per Pasolini, non era mai separato dalla verità: era una forza che toglieva le maschere, che riportava alla fragilità. Nei suoi scritti si sente la fame di essere amato e la consapevolezza che l’amore vero non salva, ma rivela. È un sentimento che attraversa la sua opera come una ferita luminosa.
Quel che colpisce di lui è la visione della realtà come qualcosa da attraversare con occhi aperti e cuore nudo. Non chiedeva di essere capito, ma di essere ascoltato. Ci ha insegnato che la letteratura non deve per forza consolare: può anche ferire, scuotere, denunciare. Leggerlo oggi significa riappropriarsi del pensiero critico, ricordare che la libertà passa attraverso la parola, e che la parola, quando è vera, può cambiare il mondo.
Leggere Pasolini è come guardarsi allo specchio senza trucco. Ti spoglia delle illusioni, ti costringe a chiederti chi sei, in che società vivi e cosa stai accettando in silenzio. Ti fa capire che la poesia non è un lusso per pochi, ma una forma di resistenza quotidiana contro l’indifferenza.
E forse è questo il suo dono più grande: ricordarci che, anche in un’epoca che corre e dimentica, la letteratura può ancora salvarci, se abbiamo il coraggio di lasciarci ferire da essa.
Libri consigliati per iniziare a leggere Pasolini
– Ragazzi di vita: il romanzo che racconta la Roma povera del dopoguerra, dove la sopravvivenza si intreccia alla purezza perduta.
– Una vita violenta: il seguito ideale di Ragazzi di vita, più maturo e consapevole, dove emerge tutta la rabbia di un’Italia che cambia.
– Le ceneri di Gramsci: una raccolta poetica che unisce il dolore privato e la riflessione politica, una delle vette della poesia del Novecento.
– Teorema: una riflessione sull’amore come forza sconvolgente e rivelatrice.
– La nuova gioventù: l’ultimo sguardo poetico sul mondo, dove amore e memoria si intrecciano come una confessione estrema.
– Scritti corsari: articoli e riflessioni sulla società, la televisione e la cultura di massa; un Pasolini lucido e profetico.
– Lettere luterane: un’eredità spirituale e civile che interroga la scuola, la libertà e la manipolazione delle coscienze.
Leggerlo oggi è un atto di consapevolezza e di amore per la verità. Pasolini non appartiene al passato, ma al nostro presente: è la voce che ci ricorda che la cultura, quando nasce dall’onestà, non muore mai. Leggerlo significa ritrovare la parte più viva di noi, quella che non teme di guardare il mondo senza filtri e di credere ancora nella parola come forma di amore e di verità.
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Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.
Qui troverai poesia, respiro e presenza.
Non serve capire tutto.
Basta sentire.
Lascia fuori il rumore.
Resta un momento.
Leggi con calma.
E se vuoi, torna quando vuoi.

Ci sono amori che ti fanno credere di bruciare, quando in realtà ti stanno solo consumando.
Certe famiglie confondono la cura con il controllo, la presenza con il possesso, l’affetto con la paura di essere lasciati soli.
Ma a volte basta una notte, una sola, per capire che la libertà non è mancanza d’amore — è la sua forma più sincera.
Questa è la storia di Lia e della notte in cui scelse di spegnere la lanterna, per vedere davvero.
In fondo a via delle Nebbie, dove il vento sussurrava come un segreto tra i rami, sorgeva la casa dei Lunardi.
Vista da fuori sembrava una qualunque casa di periferia: muri color cenere, finestre sempre chiuse, un giardino che odorava di pioggia e malinconia.
Dentro, invece, l’aria era densa come zucchero bruciato: dolce, ma soffocante.
Eva, la madre, viveva con l’ansia di essere dimenticata.
Controllava tutto — i pasti, gli orari, perfino le risate.
Diceva che “una famiglia unita non ha segreti”, ma i suoi abbracci stringevano troppo forte.
Claudio, il padre, era un uomo dallo sguardo stanco e le parole dure.
Amava a modo suo: imponendo.
Credeva che proteggere significasse decidere per tutti.
E poi c’era Lia, la loro figlia di diciassette anni, silenziosa come una candela consumata.
Aveva imparato presto che per essere amata doveva accontentare, sorridere, non contraddire mai.
Ogni volta che provava a dire “no”, la casa intera sembrava rispondere “tu ci spezzi il cuore”.
Halloween arrivò come ogni anno: con il vento che batteva alle persiane e il cielo color ferro.
Ma quella volta, Lia aveva un piano.
Aveva nascosto nello zaino un biglietto del treno per una città lontana — qualsiasi città, purché non avesse pareti che respiravano al suo posto.
Aspettò che i genitori si addormentassero, poi scese piano le scale.
Il pavimento scricchiolava sotto i passi come se volesse trattenerla.
Quando posò la mano sulla maniglia, sentì un brivido correre lungo le pareti: la casa sussultò, le luci tremarono.
Una voce, profonda e familiare, la chiamò dal corridoio:
“Dove pensi di andare?”
Poi un’altra, più dolce ma tagliente:
“Ti abbiamo dato tutto. Resti qui, con noi.”
Le voci si fecero echi, poi corde.
Fili rossi cominciarono a uscire dalle crepe dei muri: erano sottili come vene e pulsavano, vivi.
Si attorcigliarono attorno ai polsi di Lia, alle caviglie, al cuore.
Provò a liberarsi, ma più si muoveva, più i fili stringevano.
Era come se la casa volesse inghiottirla.
La stanza odorava di paura e nostalgia.
Allora Lia smise di lottare.
Guardò quei fili che la trattenevano e riconobbe in ognuno una frase sentita troppe volte:
“Lo faccio per il tuo bene.”
“Tu sei la mia ragione di vita.”
“Senza di te non sono niente.”
Parole che suonavano come amore, ma non lo erano.
Erano gabbie.
Nel buio, vide una lanterna appesa alla finestra. Era spenta da anni, ricoperta di polvere.
La prese, la scagliò a terra con tutta la forza che le rimaneva.
Il vetro si ruppe, e per un attimo un raggio di luna entrò nella stanza, pieno e limpido.
I fili rossi cominciarono a dissolversi come fumo.
La casa tremò, poi tacque.
Sulle scale caddero decine di fogli ingialliti, con scritte tremolanti:
“Non lasciarmi.”
“Mi devi tutto.”
“L’amore non si spezza.”
Lia li raccolse uno a uno.
Non li bruciò. Li piegò con calma e li mise nello zaino.
Erano i resti di ciò che era stata: la prova che si può voler bene anche dopo aver detto basta.
Quando aprì la porta, la notte la accolse come un respiro nuovo.
Le lanterne lungo la strada erano tutte spente, ma la luna bastava a illuminarle il cammino.
Camminò senza voltarsi, con la consapevolezza che alcune case, per quanto ti abbiano amato, vanno lasciate crollare.
Da allora, ogni anno, nel villaggio nessuno accende più le lanterne ad Halloween.
Si dicono che sia la notte delle lanterne spente, quella in cui non si scacciano i fantasmi — li si perdona.
A volte i fantasmi non abitano nei cimiteri, ma nelle case dove si ama troppo e si ascolta troppo poco.
La dipendenza affettiva nasce quando l’amore diventa paura di perdere.
Ma chi trova il coraggio di spegnere la lanterna scopre che la luce vera non viene dagli altri — viene da sé.
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Spesso mi sorprendo a pensare che la vera libertà non è soltanto scegliere, ma anche non permettere. Non permettere che il mio spazio interiore, il mio pensiero, la mia sensibilità vengano usati come terreno di coltura per atteggiamenti che logorano, che sottraggono, che svalutano.
Perché sì: ci sono comportamenti che non dovrei mai accettare — e non accetto più — perché mi appartengo. E dire “mi appartengo” significa riconoscere che la mia voce, il mio desiderio di autenticità, il mio bisogno di relazione sincera sono validi. E qualsiasi cosa pretenda di sminuirli, manipolarli, renderli oggetto di controllo altrui… è tossico.
Riconosco che i comportamenti tossici assumono forme diverse: la manipolazione delle percezioni — come quando qualcuno ti fa dubitare della tua esperienza, ti dice “non è successo”, “sei tu che stai esagerando”. Oppure la svalutazione silenziosa: battute che tagliano, commenti che riducono, indifferenza che erode. O la costante regia del controllo: isolarti, convincerti che i tuoi amici o la tua famiglia sono “un peso”, “una distrazione”, così da avere via libera.
E io dico: non è accettabile. Non per me. Non quando ogni gesto, ogni parola che rivolge verso di me può essere un piccolo graffio nella mia autostima, un passo verso un labirinto dove dimentico chi ero. “Tossico” significa: continua, ripetuto, corrosivo. Non un singolo errore — perché sbagliamo tutti — ma un modello che si manifesta, alimenta, giustifica.
Accettare questi comportamenti sarebbe tradire il rispetto che devo a me stessa, sarebbe negare che merito un contesto dove posso respirare, crescere, sbagliare, rialzarmi — senza che ci sia qualcuno lì a dirmi che ho torto solo per aver vissuto.
Quindi scelgo: limiti chiari. “Questo non lo facciamo”. “Così no”. “Questo mi fa male”. E “se continuiamo su questa strada, non posso stare qui”. Non come minaccia, ma come rispetto. Perché il rispetto che do agli altri deve iniziare con il rispetto che do a me stessa.
E voglio dire qualcosa a te che leggi: puoi usare questa riflessione come uno specchio. Se in uno dei tuoi rapporti — d’amicizia, amore, famiglia, lavoro — senti la voce interna che frena, che sussurra “non è giusto”, ascoltala. Non è un’aggressione rivolta all’altro, è un atto rivolto a te. Per te.
Alla fine, la vita non è solo sopravvivere a certe dinamiche — è vivere dentro relazioni che mi vedono, che mi rispettano, che mi permettono di esistere con la mia complessità, con le mie vulnerabilità, con la mia forza. E tutto ciò che mina questo diritto non ha posto nella mia esistenza.
Questo è il mio patto con me stessa.
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E se vuoi, torna quando vuoi.
Viviamo in un tempo che ci insegna a correre, a rispondere, a dimostrare. Siamo abituati a cercare la pace come fosse un premio alla fine di una battaglia, eppure la serenità non si conquista vincendo: si raggiunge arrendendosi. Non alla vita, ma al bisogno di controllarla.
La serenità è un atto di coraggio silenzioso. È la scelta di restare, anche quando tutto dentro di noi vorrebbe fuggire. È imparare a respirare nella tempesta, a non identificarsi con ciò che accade ma con ciò che resta quando tutto accade: il centro, la quiete, il cuore che continua a battere.
Chi è sereno non è privo di dolore, ma non lascia che il dolore governi i suoi passi. È colui che attraversa le difficoltà con lo sguardo calmo di chi sa che ogni onda si placa, ogni paura svanisce se accolta con rispetto. La serenità nasce nel momento in cui smettiamo di combattere contro noi stessi, quando accettiamo la nostra imperfezione come parte di un disegno più grande.
Cercarla non significa evitare i conflitti, ma imparare a guardarli da un’altra prospettiva. È un atto d’amore verso sé stessi, la scelta di non ferirsi più per ciò che non possiamo cambiare.
Forse la serenità è proprio questo: una forma di fede nel ritmo della vita. Come il mare che torna sempre alla riva, come la luna che ritorna piena dopo essersi lasciata svuotare.
Chi trova la serenità non smette di sentire, ma comincia finalmente a vivere.
Respira consapevolmente
Quando senti che i pensieri corrono o i sentimenti ti travolgono, fermati un attimo. Inspira lentamente contando fino a 4, trattieni per circa 7 e poi espira contando fino a 8. Questo semplice esercizio aiuta il sistema nervoso a passare dalla tensione a uno stato di calma.
Scrivi ciò che senti
Tenere un diario – anche solo poche righe al giorno – è un modo gentile per conoscersi, per mettere in luce emozioni e pensieri che altrimenti restano agitati dentro. Le parole rispondono al caos.
Accetta ciò che non puoi controllare
Una parte della serenità nasce proprio dal riconoscere ciò che è fuori dal tuo potere: non possiamo mutare tutto, ma possiamo cambiare l’atteggiamento con cui stiamo nelle situazioni.
Scegli gentilezza verso te stessa
In quei momenti in cui ti senti crollare o perdere il controllo, parla a te stessa come parleresti a una cara amica: “Va bene, è un momento difficile, sto facendo del mio meglio, posso concedermi una pausa”. Questo cambio di registro, da critica a compassione, è un dono.
Fai spazio al silenzio e alla natura
Riserva ogni giorno anche solo pochi minuti al silenzio: un breve momento senza stimoli esterni, o una passeggiata all’ombra, o sederti guardando il cielo o un albero. Il silenzio è un grembo da cui la serenità può nascere.
Definisci confini e lascia andare il superfluo
Proteggi il tuo tempo, la tua energia. Impara a dire “no” quando senti che qualcosa ti sfinisce. Semplifica gli spazi, alleggerisci le relazioni o le attività che ti prosciugano: meno peso, più respiro.
Coltiva la gratitudine quotidiana
Prendi l’abitudine di trovare almeno una cosa per cui sei riconoscente: può essere semplice, il profumo del caffè stamattina, un messaggio che ti ha fatto sorridere, questo momento di quiete. Spostare l’attenzione dal mancante al presente crea apertura alla serenità.
Agisci nel modo che puoi, lascia andare il resto
C’è coraggio nell’agire dove è necessario, e altrettanto coraggio nell’accettare quando non possiamo più agire. Questo equilibrio è parte integrante della serenità: scegliere il passo, scegliere il tempo.
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E se vuoi, torna quando vuoi.
L’amore non si gestisce,
si costruisce con mani nude,
tra le schegge dei giorni e i respiri sospesi.
L’amore si fa,
non si controlla,
nasce dove finisce la paura,
vive solo di verità,
come un bambino che non conosce bugie.
L’amore è compassione,
è la ferita che non giudica,
la carezza che non chiede permesso.
È gioire insieme,
piangere insieme,
riconoscersi nel silenzio e nel caos.
L’amore è capire tutte le sue lettere
senza volerle aggiustare,
è lasciare che l’altro sia vento,
che passi e torni,
che resti e voli.
L’amore non è possesso ma presenza,
non è destino ma scelta,
è la voce che resta anche quando tace,
è la luce che non pretende,
è il perdono che abita le mani.
L’amore è questo:
un infinito da imparare ogni giorno,
una casa senza chiavi,
una fiamma che non brucia,
ma illumina.
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E se vuoi, torna quando vuoi.
Viviamo in un tempo in cui la connessione è ovunque: messaggi istantanei, social network, chiamate a distanza. Eppure, mai come oggi, molte persone si sentono sole. L’isolamento non è soltanto una scelta, a volte è una difesa: ci si chiude per paura di non essere compresi, per timore del giudizio, o perché crediamo di dover affrontare tutto da soli.
Ma la verità è che la condivisione alleggerisce i pesi, moltiplica le gioie e ci fa crescere. Condividere non significa raccontare tutto a tutti, ma scegliere con chi aprirsi, imparando a fidarsi e a lasciarsi aiutare. La solitudine non scelta può diventare una prigione silenziosa; la condivisione, invece, un ponte verso la libertà.
Quando comunichiamo le nostre emozioni, i nostri dubbi, perfino le nostre fragilità, diamo agli altri la possibilità di specchiarsi in noi e di sentirsi meno soli a loro volta. È uno scambio reciproco che arricchisce entrambe le parti.
La vita diventa più sopportabile quando si capisce che non siamo isole, ma continenti che si sfiorano, si incontrano, si sostengono.
Parla apertamente con una persona di fiducia, anche solo pochi minuti di conversazione sincera possono cambiare la prospettiva. Scrivi i tuoi pensieri e leggili ad alta voce a qualcuno, la scrittura condivisa è un grande strumento di connessione. Unisciti a un gruppo, che sia di lettura, sport, arte o volontariato, stare in comunità crea legami spontanei. Non aspettare il momento perfetto, condividere è importante proprio quando non ci sentiamo pronti. Fai la prima mossa, non aspettare che siano gli altri a scriverti o chiamarti, prova tu. Accetta l’imperfezione, non serve avere la frase giusta o il tono migliore, autenticità batte perfezione. Ascolta con attenzione, condividere non è solo parlare ma anche saper ricevere ciò che l’altro porta. Pratica la gratitudine reciproca, ringrazia chi ti ascolta e lascia che ringrazino te. Riscopri i piccoli gesti, una passeggiata insieme, un caffè, una lettera cartacea: la vicinanza si coltiva anche così. Non aver paura di chiedere aiuto, dire “ho bisogno” è segno di coraggio, non di debolezza.
Le braci di Sándor Márai, un romanzo sull’amicizia, la verità e il dialogo che unisce e divide.
Follia di Patrick McGrath, per comprendere i rischi dell’isolamento emotivo.
La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, un racconto profondo sulla difficoltà di condividere e sull’importanza dell’incontro.
L’arte di ascoltare e mondi possibili di Marianella Sclavi, un saggio pratico sull’ascolto come strumento di connessione.
Le relazioni che curano di Luigi Cancrini, per capire quanto la vicinanza agli altri influisca sul nostro benessere.
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E se vuoi, torna quando vuoi.
Il mare mi parla
con la voce dei miei silenzi,
mi consegna schiume che sanno di memoria,
e nel suo ventre riconosco
l’antica sete di libertà,
la mia carne fiorisce come isola
che non vuole catene,
solo la verità del vento
e l’intuizione che mi guida.
Non bisogna mai fidarsi delle sirene,
voci ingannevoli che cercano di trascinarti,
intrecciando melodie stregate,
perché tu ascolti,
perché tu ceda al loro richiamo.
Le sirene non sono mai state una favola,
sono tutt’altro,
fatte di voci di gregge,
di voci di popolo che non conosce ragione,
urli disperati che emergono dagli abissi,
eco di dolori antichi, di solitudini nascoste.
Quando mi raccontano di una sirena,
che ha innamorato un principe naufrago,
vedo solo un’anima persa,
già annegata nel proprio tormento,
intrappolata nel lamento,
di una bellezza che inganna,
di una bellezza che illude.
Le sirene cantano la promessa,
di ciò che non sarà mai,
e chi le segue,
si perde nelle correnti,
nelle profondità di un mare
che non conosce pietà.
