
Nel cuore di ogni percorso umano si nasconde un’immagine antica e potente: quella della scala. Ogni gradino diventa metafora di un’esperienza vissuta, un passaggio che, anziché portarci semplicemente in alto, ci accompagna nel profondo di noi stessi. In questa immagine evocativa – splendidamente rappresentata nell’illustrazione che accompagna queste parole – si legge una verità dimenticata: non è solo la salita che conta, ma anche il coraggio di fermarsi, tornare indietro, guardarsi intorno. E soprattutto, riconoscere le mani che ci sorreggono lungo il cammino.
Viviamo in un tempo in cui l’ascesa è spesso sinonimo di successo. Salire è vincere, conquistare, primeggiare. Ma se ogni vetta fosse solo un punto di osservazione per rileggere il tragitto? Se scendere, rallentare, cadere persino, fosse invece l’unico modo per riscoprire la ricchezza dei nostri passi?
Nella tradizione filosofica, da Eraclito a Marco Aurelio, l’idea di un percorso fatto di mutamenti e ritorni è centrale. La vita, più che una corsa lineare, è un continuo oscillare tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora diventare. Ogni discesa diventa un atto di fiducia: fiducia nei nostri limiti, nelle lezioni imparate e nella possibilità di rileggere il significato delle nostre esperienze.
E non è forse questa la vera cultura della resilienza? Non quella del non cadere mai, ma del rialzarsi con uno sguardo diverso, più umano, più grato.
C’è un dettaglio nell’immagine che parla più delle parole: una mano tesa. È quella di un uomo che aiuta un altro a salire. È qui che la metafora si fa carne, relazione, presenza. Perché, in fondo, non sono le mete a dar senso al viaggio, ma chi ci cammina accanto. L’amico vero – sincero, leale, capace di restare – è il gradino più saldo, la presa sicura in mezzo al dubbio e alla stanchezza.
La cultura occidentale moderna ha spesso esaltato l’individuo eroico, autosufficiente. Ma i grandi pensatori – da Aristotele a Montaigne, da Simone Weil a Hannah Arendt – ci hanno insegnato che è nella relazione con l’altro che l’essere umano si compie. L’amicizia è l’unico legame che nasce libero, che non chiede nulla, ma dà tutto. È quella presenza discreta che rende ogni panorama – dall’alto o dal basso – più significativo, perché condiviso.
Nel nostro tempo iperconnesso, in cui tutto sembra misurabile in performance, like, obiettivi raggiunti, fermarsi a riflettere sul valore di ogni gradino può essere un atto rivoluzionario. La vera cultura è quella che ci insegna a dare significato all’esperienza, a osservare il mondo con occhi attenti, e a non dimenticare mai che ogni scalata senza umanità è solo una salita solitaria.
E allora, che si salga o si scenda, l’importante è farlo con consapevolezza. Trovare quel passo interiore che ci permetta di apprezzare ogni tratto del percorso, con umiltà e gratitudine. E magari, tendere una mano – come nell’immagine – a chi ci cammina accanto.
Perché la vita non è una vetta da conquistare, ma una scala da condividere.








