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    La bellezza di non essere ancora arrivati

    2 agosto 2025
    Parole per meditare

    C’è un tempo in cui ci sentiamo a metà. Non più chi eravamo, ma nemmeno ancora ciò che saremo. È un tempo strano, fragile, fatto di domande che non trovano casa e sogni che non sanno dove posarsi. Eppure, è proprio lì — nel mezzo — che accadono le cose più vere.

    Viviamo in una società che ci insegna a correre verso un traguardo, a mostrarci completi, decisi, risolti. Come se l’essere in cammino fosse una mancanza, una vergogna da nascondere dietro sorrisi filtrati e frasi a effetto.

    Ma la verità è che c’è una bellezza profonda nel non essere ancora arrivati.

    È la bellezza del germoglio, non ancora fiore. Del cielo all’alba, quando la luce si mescola ancora al buio. Del cuore che sente, anche quando non sa ancora spiegare.

    Essere in cammino significa essere vivi, aperti, imperfetti e capaci di trasformazione. È lì che impariamo davvero chi siamo: non quando tutto è definito, ma quando ogni passo ci obbliga a scegliere, a credere, a cedere e rialzarci.

    Non serve avere tutte le risposte per meritarsi amore.

    Non serve aver concluso un percorso per raccontarlo.

    Non serve essere arrivati per ispirare chi ci guarda.

    Ci sono fioriture che accadono nel mezzo. E meritano uno spazio sacro.

    A volte, ci svegliamo con la sensazione di non fare abbastanza, di non essere abbastanza. Ma forse “abbastanza” non è mai un punto d’arrivo, è una gentilezza da offrirsi ogni giorno, anche quando ci sentiamo scomposti.

    Tu che stai leggendo e forse ti senti smarrita, incompleta o troppo in costruzione: ricorda che il durante è una tappa, non un fallimento.

    E anche oggi, anche così, hai valore.

    Scrivilo sulla pelle.

    Ricordalo nei silenzi.

    Respiralo quando tutto sembra sfuggire.

    Perché non essere ancora arrivati significa avere ancora spazio per stupirsi.

    E lo stupore, a volte, è la forma più pura della felicità.

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    Solitudine: nemica o alleata?

    30 luglio 2025
    Parole per meditare

    Ci sono momenti in cui la solitudine arriva senza bussare. Altre volte siamo noi a cercarla, come si fa con una stanza chiusa in cui finalmente poter respirare.
    Ma la solitudine non è mai una sola cosa. Può essere rifugio o prigione. Silenzio che nutre o vuoto che inghiotte.

    Come gestirla, allora, senza subirla? Come trasformarla in una compagna e non in una condanna?

    Il primo passo è smettere di combatterla. Molti la trattano come un nemico da evitare, da riempire a tutti i costi: social, notifiche, rumore. Ma ogni volta che scappiamo dalla solitudine, finiamo per fuggire anche da noi stessi.
    Gestirla significa riconoscere che è parte della nostra natura. Tutti, prima o poi, ci sentiamo soli — anche nelle relazioni più affollate. E va bene così.

    La solitudine ha un dono segreto: ti restituisce a te stessa.
    Nel silenzio, le voci degli altri si abbassano, e finalmente puoi sentire la tua.
    È lì che emergono le intuizioni più autentiche, i desideri nascosti, le verità che non osavi pronunciare.
    Apprezzarla significa lasciarsi sorprendere: da un’idea che nasce senza sforzo, da un ricordo che chiede ascolto, da una poesia che vuole essere scritta.

    La solitudine, se rispettata, può diventare alleata.
    Ma se trascurata o invasa, può marcire e trasformarsi in isolamento.
    Per questo va custodita con equilibrio, come si fa con una pianta che ha bisogno di luce, ma anche di ombra.
    Sì alla solitudine, ma non al disinteresse verso gli altri.
    Sì ai momenti per sé, ma senza chiudersi a chi bussa con gentilezza.

    Come si fa con una fiamma: se ti avvicini troppo ti scotti, se ti allontani non scalda più.
    La solitudine funziona così.
    Troppo vicina, può diventare disperazione. Troppo lontana, dipendenza dagli altri.
    La distanza giusta è quella che ti permette di respirare: sentire la tua voce, ma non smettere di ascoltare il mondo.

    Imparare a stare da soli è un’arte, non una colpa.
    In un mondo che ci vuole sempre connessi, imparare a disconnettersi — in modo sano — è un atto di cura.
    Non tutto quello che accade nella solitudine è tristezza.
    A volte, è solo verità che affiora.
    E tu, puoi decidere se lasciarla affondare o accoglierla come un’occasione.

    Come scriveva Rainer Maria Rilke:
    “Ama la tua solitudine e sopporta il dolore che essa ti causa. Perché coloro che ti sono vicini sono lontani…”

    …ma tu sei sempre lì, con te. E questo, se ci pensi, è già molto.

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    Resilienza 

    29 luglio 2025
    Poesia consapevole

    Resilienza

    è la piega sul lenzuolo

    che non si stira mai,

    eppure resta lì

    come un ricordo che non dà fastidio.

    È il pane tagliato male,

    ma ancora buono,

    le mani che tremano

    eppure versano il tè

    senza rovesciarlo.

    È il pianto che si addormenta

    sulla spalla del tempo.

    È un vestito troppo largo

    che comunque indossi,

    perché è tutto quello che hai.

    Resilienza è la parola che non dici,

    ma che ti tiene in piedi.

    È il nodo in gola

    che si scioglie

    mentre guardi dalla finestra

    e ti accorgi che,

    nonostante tutto,

    c’è ancora luce.

    È quando ti spezzi

    ma non fai rumore.

    È quando crolli

    ma scegli di non restare a terra.

    È quel piccolo sì

    che dici al mattino,

    anche se vorresti restare a dormire

    nel grembo del buio.

    Resilienza è la poesia

    che scrivi con le ossa,

    con le ferite,

    con ogni passo incerto

    che comunque

    ti porta avanti.

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    Una sola, me stessa 

    28 luglio 2025
    Parole per meditare

    Sembravo un coniglio bianco. Correvo avanti e indietro per non deludere, per farmi voler bene da lui. Mi inventavo mille personalità: quella sorridente anche quando il cuore piangeva, quella pimpante che nascondeva la stanchezza, quella perfetta che non osava guadagnarsi uno sguardo storto, quella sempre in linea, quella che non sbaglia mai. E se sbagliava, se lo teneva dentro, zitta, come una condanna.

    Ero un po’ Alice, smarrita in un mondo che non riconoscevo più, ma anche un po’ lo Stregatto, con un sorriso finto cucito addosso e la voglia matta di sparire. Cercavo di camuffare le righe, quelle che non sono dritte, che non vogliono saperne di allinearsi.

    Mi facevo mille viaggi, sì, ma soprattutto dentro la mia testa. Una giostra impazzita, montagne russe senza fine, salite d’euforia e discese che toglievano il fiato. Lui era al comando. Bastava una parola, un tono, uno sguardo. La sua voce autoritaria decideva l’umore delle mie giornate. Una voce che pretendeva di brillare anche quando non aveva più luce, e io… io facevo da specchio, riflettendo ciò che non ero per amore di un’illusione.

    Oggi capisco che travestirsi per essere amata è il modo più silenzioso per sparire. Che l’amore vero non chiede travestimenti, non ti spezza per poi ricomporti a suo piacimento. L’amore vero ti vede, anche quando non sorridi. Ti vuole, anche quando sbagli. E ti lascia spazio, respiro, verità.
    E se oggi inciampo ancora nelle righe storte della mia storia, almeno lo faccio con passo mio, senza più fingere di essere mille quando, finalmente, ho il coraggio di essere una: me stessa.

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    Il coraggio di essere imperfetti 

    23 luglio 2025
    Parole per meditare

    Viviamo in tempi in cui la perfezione sembra essere ovunque: sorrisi impeccabili sui social, vite senza inciampi raccontate a colpi di filtri, performance da manuale anche nelle piccole cose. È facile pensare che, per essere accettati o amati, dobbiamo mostrare sempre e solo il meglio di noi. Ma c’è qualcosa di profondamente liberatorio nel fare esattamente il contrario: abbracciare le nostre imperfezioni, senza vergogna.

    Essere imperfetti non vuol dire arrendersi o non voler crescere. Vuol dire, piuttosto, guardarsi allo specchio senza fingere. Vuol dire ammettere che sì, a volte sbagliamo. Che ci sono giorni in cui ci sentiamo fragili, insicuri, fuori posto. E sai una cosa? Va bene così. È normale. Anzi, è umano.

    Il coraggio di mostrarsi imperfetti è un atto di verità. E nella verità si crea spazio per l’autenticità. Quando smettiamo di rincorrere un ideale irraggiungibile, iniziamo finalmente a respirare. In quel momento, cominciamo anche a vivere in modo più pieno, più vero.

    La psicologa Brené Brown lo dice chiaramente: la vulnerabilità non è debolezza, è potere. E accettare i propri limiti non è arrendersi, ma scegliere di essere sinceri. Quando permettiamo a noi stessi di non essere perfetti, apriamo la porta a relazioni più profonde, a connessioni più sincere — con gli altri e con noi stessi.

    Pensaci un attimo: quante volte ti sei sentito davvero ispirato da qualcuno che sembrava perfetto in tutto? Forse raramente. Ma una persona che si rialza dopo una caduta, che parla delle sue paure, che ammette di non avere tutte le risposte… quella sì, che ci tocca nel profondo. Perché ci riconosciamo in lei.

    Persino le più grandi menti della storia hanno inciampato, sbagliato, cambiato idea. Leonardo da Vinci riempiva i suoi taccuini di pensieri sparsi, spesso incompiuti. Eppure è proprio da quel disordine che nasceva il genio. L’errore, a volte, è il primo passo verso la creazione.

    Alla fine, accettare di essere imperfetti è un atto di libertà. È scegliere di non indossare più maschere. È smettere di compiacere e iniziare a vivere davvero, con tutte le sfumature che ci rendono unici. Non serve essere perfetti per essere amati, rispettati o per realizzare qualcosa di grande. Serve solo essere veri.

    Come scrisse Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.” E forse, proprio lì, dentro quella crepa, c’è la parte più bella di noi.

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    Verso la pace: un viaggio dentro di noi

    21 luglio 2025
    Parole per meditare

    Stare in pace con noi stessi non significa vivere senza conflitti interiori, ma accettare che quei conflitti fanno parte del nostro essere umani. È imparare a convivere con le parti di noi che non sempre comprendiamo, con i pensieri che bussano senza essere stati invitati, con i ricordi che a volte fanno male. La pace interiore non è assenza di turbamento, ma una presenza gentile: la presenza di sé, anche nei giorni in cui ci sentiamo stanchi, persi o insufficienti.

    Essere in pace non vuol dire sentirsi sempre sereni, ma saperci accogliere così come siamo, nel momento in cui siamo. È riuscire a fare silenzio dentro, anche quando fuori c’è rumore. È ascoltare le nostre emozioni senza reprimerle, scegliere di non giudicarci troppo in fretta, e accettare che crescere significhi, a volte, ferirsi, sbagliare, ricominciare.

    La pace nasce quando smettiamo di rincorrere versioni ideali di noi stessi, e cominciamo a prenderci cura di chi siamo davvero — anche se fragili, anche se ancora in costruzione. Per raggiungere questa pace non esistono formule magiche, ma esistono piccoli gesti quotidiani che ci accompagnano verso di essa.

    Un primo passo può essere imparare a respirare con consapevolezza: fermarsi, chiudere gli occhi, ascoltare il respiro che entra ed esce, come un promemoria che siamo vivi e che possiamo ricominciare da qui.

    Anche il silenzio può diventare un rifugio, non per fuggire dal mondo, ma per ritrovare il centro dentro di noi. Concedersi momenti di solitudine creativa – scrivere, camminare, meditare, disegnare – aiuta a rientrare in contatto con la propria voce interiore, spesso soffocata dal rumore degli altri.

    Un altro modo per avvicinarci alla pace è perdonarci. Non siamo perfetti, non lo saremo mai. Ma possiamo imparare a volerci bene nonostante tutto, e forse proprio per tutto. Ogni errore, ogni esitazione, ogni paura ci insegna qualcosa. La pace nasce anche da qui: dal riconoscere che ogni parte di noi merita amore.

    Infine, può aiutare circondarci di persone che non ci chiedono di essere diversi, ma ci accompagnano mentre impariamo ad essere più veri. Perché la pace, sebbene inizi da dentro, può crescere anche attraverso relazioni sane, gentili, oneste.

    Stare in pace con noi stessi è un viaggio. Non si arriva mai davvero, ma ogni passo verso di essa ci rende più liberi, più presenti, più vivi. E soprattutto, più fedeli a ciò che siamo.

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    La scala della vita e il valore delle relazioni autentiche 

    18 luglio 2025
    Parole per meditare

    Nel cuore di ogni percorso umano si nasconde un’immagine antica e potente: quella della scala. Ogni gradino diventa metafora di un’esperienza vissuta, un passaggio che, anziché portarci semplicemente in alto, ci accompagna nel profondo di noi stessi. In questa immagine evocativa – splendidamente rappresentata nell’illustrazione che accompagna queste parole – si legge una verità dimenticata: non è solo la salita che conta, ma anche il coraggio di fermarsi, tornare indietro, guardarsi intorno. E soprattutto, riconoscere le mani che ci sorreggono lungo il cammino.

    Viviamo in un tempo in cui l’ascesa è spesso sinonimo di successo. Salire è vincere, conquistare, primeggiare. Ma se ogni vetta fosse solo un punto di osservazione per rileggere il tragitto? Se scendere, rallentare, cadere persino, fosse invece l’unico modo per riscoprire la ricchezza dei nostri passi?

    Nella tradizione filosofica, da Eraclito a Marco Aurelio, l’idea di un percorso fatto di mutamenti e ritorni è centrale. La vita, più che una corsa lineare, è un continuo oscillare tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora diventare. Ogni discesa diventa un atto di fiducia: fiducia nei nostri limiti, nelle lezioni imparate e nella possibilità di rileggere il significato delle nostre esperienze.

    E non è forse questa la vera cultura della resilienza? Non quella del non cadere mai, ma del rialzarsi con uno sguardo diverso, più umano, più grato.

    C’è un dettaglio nell’immagine che parla più delle parole: una mano tesa. È quella di un uomo che aiuta un altro a salire. È qui che la metafora si fa carne, relazione, presenza. Perché, in fondo, non sono le mete a dar senso al viaggio, ma chi ci cammina accanto. L’amico vero – sincero, leale, capace di restare – è il gradino più saldo, la presa sicura in mezzo al dubbio e alla stanchezza.

    La cultura occidentale moderna ha spesso esaltato l’individuo eroico, autosufficiente. Ma i grandi pensatori – da Aristotele a Montaigne, da Simone Weil a Hannah Arendt – ci hanno insegnato che è nella relazione con l’altro che l’essere umano si compie. L’amicizia è l’unico legame che nasce libero, che non chiede nulla, ma dà tutto. È quella presenza discreta che rende ogni panorama – dall’alto o dal basso – più significativo, perché condiviso.

    Nel nostro tempo iperconnesso, in cui tutto sembra misurabile in performance, like, obiettivi raggiunti, fermarsi a riflettere sul valore di ogni gradino può essere un atto rivoluzionario. La vera cultura è quella che ci insegna a dare significato all’esperienza, a osservare il mondo con occhi attenti, e a non dimenticare mai che ogni scalata senza umanità è solo una salita solitaria.

    E allora, che si salga o si scenda, l’importante è farlo con consapevolezza. Trovare quel passo interiore che ci permetta di apprezzare ogni tratto del percorso, con umiltà e gratitudine. E magari, tendere una mano – come nell’immagine – a chi ci cammina accanto.

    Perché la vita non è una vetta da conquistare, ma una scala da condividere.

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    Nel tempo che respiro 

    16 luglio 2025
    Poesia consapevole

    Non corro più.

    Mi fermo.

    Nel battito leggero che mi guida

    come il passo di un bimbo

    che impara a fidarsi del suolo.

    Ogni pensiero, una foglia.

    Ogni giudizio, una nube.

    Li osservo passare

    senza afferrarli,

    senza cacciarli.

    C’è un silenzio dentro il petto

    che sa più di verità

    di mille parole urlate.

    E io, qui,

    mi faccio casa

    di ciò che sono ora.

    Non domani,

    non ieri.

    Adesso.

    Con la pioggia che cade

    sulla finestra dell’anima

    e lava via

    l’urgenza di dover essere di più.

    Mi basta esserci.

    Con gli occhi chiusi,

    o spalancati sul mistero.

    Con la voce piena di quiete,

    e il cuore che accoglie

    ogni cosa

    come fosse dono.

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    Sentire è resistere: il potere nascosto dell’intelligenza emotiva.

    15 luglio 2025
    Parole per meditare

    Viviamo in un’epoca che premia la rapidità, la logica, la prestazione. Eppure, mai come oggi, le persone si sentono perse, isolate, sopraffatte da emozioni che non sanno nominare. In un mondo connesso 24 ore su 24, abbiamo dimenticato come si ascolta. E forse, ancor prima, abbiamo smesso di ascoltare noi stessi.

    Non si misura con voti o risultati. Non si vede, ma si sente. Daniel Goleman, psicologo e scrittore, l’ha resa popolare parlando di un’intelligenza che non riguarda il quoziente intellettivo, ma la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle degli altri.

    È ciò che ci permette di non reagire di impulso, di dire “sto male” senza vergogna, di accorgerci quando qualcuno intorno a noi sta crollando dietro un sorriso. È la sensibilità che diventa forza. La vulnerabilità che si trasforma in presenza.

    Perché siamo distratti. Perché ci siamo abituati a scrollare le emozioni come se fossero notifiche. Perché abbiamo smesso di tollerare la lentezza, il dubbio, il silenzio.

    Chi è emotivamente intelligente, invece, non fugge dalle emozioni. Le accoglie. Le attraversa. Sa che una lacrima non è debolezza, ma verità. Che la rabbia, se riconosciuta, può essere trasformata in azione. Che la tristezza, se ascoltata, diventa uno specchio e non una condanna.

    Come ogni vera forma di intelligenza, anche quella emotiva richiede tempo, pratica, cura. Ecco alcuni gesti quotidiani che aiutano:

    Ascoltati senza giudizio. Quando provi qualcosa, non correre a spiegartelo. Sentilo. Lascia che ti parli. Riconosci le emozioni altrui. A volte basta chiedere: “Come stai, davvero?” Respira. Sembra banale, ma è rivoluzionario. Respirare consapevolmente ti riporta a te, e da lì puoi scegliere. Impara a dire no. Anche questo è amore: verso te stessa, verso i tuoi confini. Scrivi. Annotare ciò che senti ti permette di fare ordine. La scrittura è un ponte tra il caos interno e la chiarezza.

    Essere intelligenti, oggi, non significa avere tutte le risposte. Significa saper sostare nel dubbio, comprendere che ogni emozione ha qualcosa da insegnare. Significa essere umani senza maschere, capaci di emozionarci senza vergogna, di avere cura dell’altro senza perdere noi stessi.

    L’intelligenza emotiva è il sentire che ci salva. È la luce silenziosa che ci guida nei momenti più bui. È il filo invisibile che ci tiene uniti, anche quando tutto sembra diviso.

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    12 luglio 2025
    Parole per meditare

    C’è una corrispondenza profonda tra gli spazi che abitiamo e le stanze che ci abitano. Proteggere una casa significa anche, in un modo segreto, proteggere se stessi. Le pareti esterne rispecchiano le nostre pareti interiori, quelle invisibili, fatte di pensieri, battiti, ricordi.

    Ogni stanza ha il suo corrispettivo nell’anima: la cucina è il nostro desiderio di nutrimento, non solo fisico, ma affettivo; il soggiorno è la voglia di condivisione, anche quando restiamo soli con noi stessi; la camera da letto custodisce i sogni e le ferite che mostriamo solo al buio; il bagno, come un piccolo tempio, è dove ci spogliamo non solo dei vestiti ma delle maschere.

    Proteggere questi spazi è un atto d’amore. Significa scegliere cosa far entrare e cosa lasciar fuori. Le persone che accogliamo, le parole che permettiamo di restare, i pensieri che decidiamo di coltivare. Anche dentro di noi ci sono luoghi da spolverare, ferite da arieggiare, angoli in cui poggiare una luce gentile.

    Il cuore, ad esempio, ha bisogno del suo spazio protetto, come un piccolo giardino dove non tutti devono entrare. La mente ha bisogno di ordine e silenzio, come una biblioteca in cui ogni libro ha il diritto di essere letto con rispetto. L’anima, infine, è quella casa segreta che nessuno vede, ma che ci chiede ogni giorno di essere abitata con verità. proteggere gli spazi Proteggere gli spazi, allora, non è un gesto banale. È una scelta spirituale, una forma di presenza. È dire: non tutto può entrare, non tutto merita di restare. E nel farlo, impariamo a rispettare la sacralità del nostro stare al mondo, dentro e fuori, con cura.

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Vanessa Fazzolari

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