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    Quando la poesia parla come la gente: il dono di Trilussa 

    12 giugno 2025
    Voce degli altri
    Quando la poesia parla come la gente: il dono di Trilussa 

    Ci sono poeti che si leggono e altri che si sentono dentro, come una voce che parla al cuore. Trilussa, per me, è entrambe le cose. Sfoglio una sua raccolta e mi ritrovo in un film in bianco e nero, con dialoghi vivaci che sembrano scritti oggi. Le sue parole prendono vita: passeggiano per le strade di Roma, si fermano al bar, mi guardano con ironia e mi lasciano un pensiero più profondo di quanto immaginassi. Con la sua penna, Trilussa cattura l’anima di una città e l’essenza dell’umanità.

    Carlo Alberto Salustri, noto come Trilussa, nasce a Roma nel 1871 e diventa la voce del popolo romano, ma anche di chiunque apprezzi la semplicità pregna di significato. Scrive in dialetto romanesco, ma i suoi versi sono universali, toccando temi come l’ironia, la malinconia, le difficoltà quotidiane e la ricerca di senso nelle piccole cose. Roma è nei suoi vicoli, nelle osterie, nei personaggi che paiono dipinti, ma Trilussa va oltre: osserva il mondo con un sorriso che cela una saggezza profonda, ridendo delle debolezze umane senza giudicarle.

    Leggerlo è come guardare un film umoristico con una colonna sonora malinconica. Una battuta ti fa sorridere, ma poi ti fermi a riflettere. La sua poesia unisce leggerezza e profondità, usando l’umorismo per svelare verità scomode. Nei suoi versi, animali come gatti, corvi o cicale parlano, raccontando vizi e virtù umane con una chiarezza disarmante. È semplice senza essere banale, popolare senza cadere nel prevedibile.

    Nei momenti di smarrimento, quando il mondo sembra caotico, apro un suo libro a caso. È un amico che sa cosa dire. Ogni poesia è uno specchio: ti riconosci, anche se parla di un lupo o di un passero sognatore. Trilussa ti fa sentire parte di una storia più grande, quella dell’umanità con le sue speranze e fragilità.

    Trilussa non si limita alla poesia: è un cronista del suo tempo, un satirico che critica politica e società con acume, spesso sfuggendo alla censura fascista grazie alla sua astuzia. Le sue favole, ispirate a Esopo e La Fontaine, rinnovano il genere con un tocco moderno, mentre le poesie d’amore rivelano una sensibilità intima, meno conosciuta ma altrettanto potente. La sua Roma non è solo folklore: è un microcosmo dove si riflettono i paradossi dell’esistenza.

    Per avvicinarsi a lui o riscoprirlo, consiglio:

    • Le poesie di Trilussa (Einaudi): una raccolta che include capolavori come La cicala e la formica e versi meno noti, sempre attuali.
    • Lupacchiotto (Mondadori): favole dove gli animali rispecchiano l’umanità, narrate con ironia tagliente.
    • Tutte le poesie (Newton Compton): un’edizione completa per esplorare la sua filosofia di vita, semplice ma mai scontata.
    • Ommini e bestie (Rizzoli): una selezione che evidenzia il suo talento nel mescolare satira sociale e riflessione morale.

    Mi piace vivamente soprattutto questa poesia, Er gatto e er cane, che con la sua ironia sottile mostra come Trilussa sappia parlare di amicizia e differenze con una leggerezza che colpisce nel segno:

    Er gatto e er cane
    Er Gatto disse ar Cane: «Io so’ io,
    e tu nun sei nessuno: io so’ un felino,
    un animale nobile, un dio der camino;
    tu sei un servitore, un povero dio».
    Rispose er Cane: «Amico, nun fa er forte:
    la nobiltà nun conta quanno c’è
    la fame che te rode, e a casa mia
    ce stanno ossi che te fanno gola».
    Morale: l’orgoglio è bello, ma la panza
    vo’ pure la sua parte, e l’amicizia
    se forma quanno er core nun se vanta.

    Trilussa è un compagno di viaggio che ti fa ridere nei momenti bui e riflettere quando tutto corre troppo in fretta. Parla di Roma, ma anche di noi, delle nostre aspirazioni e contraddizioni. È un film senza fine, fatto di versi che pulsano, vivi come la sua città e il suo spirito indomabile. A te piace Trilussa? Lasciamelo nei commenti!

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    Di rossetto, sogni e libertà

    10 giugno 2025
    Interazioni

    Ricordo quando giocavo da bambina.

    Mi bastava un fiore, una corda, un sogno tra le mani per sentirmi invincibile.

    Poi il tempo ha fatto il suo mestiere: mi ha portata lentamente verso la donna che sono oggi.

    E lungo quel cammino, ho cominciato a guardarmi con occhi diversi.

    Ricordo il primo giorno del rossetto.

    Scelsi un colore rosa, tenero e incerto,

    quasi come se temessi di diventare grande tutto d’un tratto.

    Mi sedetti davanti allo specchio come davanti a una magia.

    Con mani tremanti ma felici, mi dipinsi le labbra.

    Poi un tocco leggero di blush sulle guance,

    e infine un filo di mascara,

    giusto quel tanto da allungare le ciglia e lo sguardo.

    Mi guardai.

    E per la prima volta pensai: mi sento bella.

    Non perché fossi diversa,

    ma perché cominciavo a riconoscermi.

    Ci sono giorni in cui il mondo sembra chiederti di essere meno.

    Meno intensa, meno fragile, meno donna.

    Eppure, in mezzo a quel rumore che confonde e pretende,

    nasce una voce che sussurra piano, ma con forza.

    Una voce che non chiede il permesso.

    Una voce che dice…

    Sono bella, sono donna.

    Non è un vanto, è un sussurro.

    Un modo per ricordarmi che, nonostante le ombre,

    sono luce che resiste.

    Sono bella anche quando piango,

    quando non mi riconosco allo specchio,

    quando la voce trema ma la schiena resta dritta.

    Sono donna,

    nella forza che non urla,

    nella cura che consola,

    nella tempesta che sa farsi mare calmo.

    Non cerco approvazione,

    ma verità nei miei gesti,

    libertà nelle mie scelte,

    pace nelle mie battaglie.

    Essere donna non è un’etichetta,

    è un’esperienza piena,

    che pulsa nella pelle,

    che canta anche nel silenzio.

    E sì, sono bella.

    Perché ho imparato a esserlo

    anche nei giorni storti,

    anche quando il mondo mi voleva diversa.

    Sono bella, sono donna,

    e questo è il mio punto di partenza.

    Indossa ciò che ti fa sentire te stessa Non seguire la moda, ascolta il tuo corpo e il tuo umore. Un abito può diventare un alleato quando ti rappresenta. La vera femminilità nasce dal sentirsi a proprio agio nella propria pelle. Cura i tuoi rituali quotidiani Un gesto semplice come mettersi una crema, pettinarsi con calma, profumarsi… non è vanità, è un modo di dirsi: “Mi merito tempo”. E il tempo che ci si dedica è il primo atto d’amore verso sé stesse. Non scusarti per la tua sensibilità Essere emotiva non è una debolezza. È il tuo radar sul mondo. Le lacrime, le intuizioni, le emozioni profonde sono parte della tua forza. Onorale. Coltiva la tua voce interiore Scrivi, canta, disegna, crea. Esprimerti è un modo per non spegnerti. La femminilità è anche un atto di presenza: ci sono, sento, lascio un segno. Circondati di donne che ti ispirano Le relazioni tra donne possono essere una delle fonti più potenti di crescita. Le amiche vere, le sorelle scelte, le madri spirituali ti ricordano che non sei sola. Accogli il tuo corpo in ogni stagione Non aspettare di essere “perfetta” per amarti. Il tuo corpo racconta la tua storia: accarezzalo, rispettalo, ringrazialo. La femminilità è anche ascolto fisico, non solo estetico. Celebra i tuoi cicli La femminilità è fatta di fasi: lunari, emotive, biologiche. Impara a viverle come alleate, non come ostacoli. Ogni fase ha una saggezza da offrirti. Impara a dire no con grazia Essere donna non significa essere sempre disponibile. Un no detto con rispetto è un atto sacro. È confine, è identità, è amore per sé. Prenditi cura della tua spiritualità Che sia nella natura, nella meditazione, nella preghiera o nella danza: trova un luogo sacro in cui ritrovarti. Essere donna è anche appartenere a qualcosa di più grande. Ricorda che la femminilità è tua, e tua soltanto Non lasciare che te la definiscano gli altri. Non è un canone, non è una taglia, non è un cliché. È la somma delle tue scelte, dei tuoi silenzi, delle tue rivoluzioni intime.

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    “Tossicità nelle Relazioni: Riconoscerla, Proteggersi, Rinascere”

    9 giugno 2025
    Parole per meditare

    Viviamo in un mondo di relazioni, dove ogni incontro può nutrirci o, al contrario, lasciarci svuotati. Ma cosa significa davvero “tossicità” in psicologia? E come possiamo proteggerci da chi, consapevolmente o meno, ci ferisce emotivamente? In questo articolo esploreremo il concetto di persone tossiche, come riconoscerle e come preservare il nostro benessere, con un approccio mindful e radicato nella riflessione.

    In psicologia, la “tossicità” non si riferisce a persone intrinsecamente “cattive”, ma a comportamenti, atteggiamenti o dinamiche relazionali che hanno un impatto negativo sul benessere emotivo e psicologico di chi li subisce. Il termine, mutuato dalla medicina, descrive azioni o parole che, come un veleno, compromettono la salute mentale di chi ne è esposto.

    Le persone che manifestano comportamenti tossici spesso agiscono per insicurezza, traumi irrisolti, bassa autostima o mancanza di consapevolezza emotiva. Non sempre sono consapevoli del danno che causano: possono essere manipolative, critiche o egocentriche senza rendersene conto. Tuttavia, l’effetto è lo stesso: prosciugano energie, creano conflitti e fanno sentire gli altri inadeguati o in colpa.

    Riconoscere i comportamenti tossici è il primo passo per proteggere il proprio equilibrio emotivo. Ecco sette segnali che, secondo la psicologia, possono indicare una relazione tossica, supportati da dati e osservazioni cliniche:

    1. Manipolazione emotiva: Le persone tossiche spesso cercano di controllare gli altri attraverso il senso di colpa o il ricatto affettivo. Ad esempio, possono usare frasi come “Se mi volessi davvero, faresti questo” per ottenere ciò che vogliono.
    2. Critiche costanti: Sminuiscono, giudicano o sottolineano i tuoi difetti, facendoti sentire inadeguato. Uno studio del 2020 evidenzia che le critiche continue possono ridurre l’autostima e alimentare ansia.
    3. Egocentrismo: Parlano solo di sé, ignorando i tuoi bisogni o emozioni. Questo atteggiamento riflette spesso una bassa autostima nascosta dietro un’apparente sicurezza.
    4. Negatività cronica: Si concentrano sempre sul lato negativo, lamentandosi senza cercare soluzioni. Ricerche condotte dall’Università Friedrich Schiller dimostrano che l’esposizione prolungata a negatività causa stress significativo.
    5. Vittimismo: Assumono il ruolo della vittima per attirare attenzione o evitare responsabilità. Questo comportamento può drenare energie emotive e creare squilibrio nelle relazioni.
    6. Mancanza di rispetto per i confini: Invadono il tuo spazio personale, ignorano i tuoi “no” o pretendono disponibilità costante. Questo è un segnale di controllo tossico.
    7. Gaslighting: Una forma estrema di manipolazione in cui ti fanno dubitare della tua percezione della realtà, portandoti a sentirti confuso o insicuro.

    Questi segnali non significano che una persona sia “tossica” in assoluto: tutti possiamo avere momenti negativi. Tuttavia, se questi comportamenti sono costanti e ti fanno sentire svuotato, è il momento di agire.

    Secondo un sondaggio dell’Associazione Psicologica Americana, il 76% dei lavoratori che hanno sperimentato tossicità sul posto di lavoro ha riportato un impatto negativo sulla salute mentale. Inoltre, uno studio del 2020 di Mall e colleghi classifica i comportamenti tossici in quattro categorie: stabili (costanti nel tempo), crescenti, decrescenti o fluttuanti, suggerendo che la tossicità può evolvere in base al contesto.

    In Italia, i dati dei Centri Antiviolenza indicano che il 75-80% degli autori di violenza psicologica (una forma di tossicità) non presenta disturbi mentali evidenti, ma agisce per dinamiche di controllo o insicurezza. Questo sottolinea come la tossicità possa essere subdola e non sempre legata a patologie.

    Proteggersi dalla tossicità non significa isolarsi, ma imparare a stabilire confini sani e a coltivare relazioni nutrienti. Ecco alcune strategie ispirate alla mindfulness e alla psicologia:

    1. Ascolta il tuo corpo: Quando sei con qualcuno, nota come ti senti. Sei teso, svuotato, ansioso? Il tuo corpo è un campanello d’allarme. Chiediti: “Questa relazione mi fa crescere o mi spegne?”
    2. Stabilisci confini chiari: Impara a dire “no” senza sensi di colpa. Ad esempio, se qualcuno invade il tuo tempo, rispondi con calma: “In questo momento non sono disponibile, parliamo più tardi.” L’assertività è un’arma potente.
    3. Riduci il contatto: Se possibile, limita le interazioni con chi ti fa stare male. Se si tratta di un collega o familiare, usa la tecnica della “roccia grigia”: rispondi in modo neutro e non alimentare conflitti.
    4. Circondati di positività: Cerca persone che ti ispirano, ti ascoltano e rispettano i tuoi bisogni. Le relazioni sane rafforzano la tua resilienza emotiva.
    5. Pratica l’auto-compassione: La tossicità altrui può farti dubitare di te stesso. Ricordati che non sei responsabile dei comportamenti degli altri. Dedica tempo a te: medita, scrivi un diario, fai ciò che ti rigenera.
    6. Chiedi supporto: Se una relazione tossica ti sta logorando, parlane con un amico fidato o considera un percorso con uno psicologo. La terapia può aiutarti a riconoscere dinamiche dannose e a ricostruire la tua autostima.

    Prova questo esercizio di cinque minuti per riconnetterti con te stesso dopo un’interazione tossica:

    • Trova un luogo tranquillo e siediti comodamente.
    • Chiudi gli occhi e fai tre respiri profondi, contando fino a quattro mentre inspiri e sei mentre espiri.
    • Visualizza un cerchio di luce intorno a te, che rappresenta i tuoi confini emotivi. Immagina che le parole o le azioni tossiche rimbalzino su questo cerchio, senza toccarti.
    • Ripeti mentalmente: “Io sono abbastanza. Merito rispetto.”
    • Quando sei pronto, apri gli occhi e scrivi tre cose che apprezzi di te stesso.

    Questo esercizio ti aiuta a centrarti e a ricordare il tuo valore, anche di fronte alla negatività altrui.

    Le persone tossiche non sono mostri, ma individui con ferite che, spesso inconsapevolmente, riversano sugli altri. Riconoscere i loro comportamenti non significa giudicarli, ma scegliere di proteggere il tuo benessere. La vera forza sta nel sapere quando restare e quando allontanarsi, con gentilezza verso gli altri e, soprattutto, verso te stesso.

    Hai mai avuto a che fare con una relazione tossica? Quali strategie ti hanno aiutato a gestirla? Condividi la tua esperienza nei commenti: il tuo racconto potrebbe ispirare qualcun altro.

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    Oltre il morso, letteratura vampiresca 

    8 giugno 2025
    Racconti e visioni brevi

    La letteratura vampiresca non è solo un genere gotico o fantastico. È un territorio narrativo denso di simboli, un luogo in cui il desiderio e la paura si intrecciano, dove la sete non è soltanto di sangue ma anche di senso, d’identità, di appartenenza. Il vampiro attraversa i secoli trasformandosi: da creatura maledetta a figura malinconica, da mostro a metafora del tempo che passa senza pietà.

    Nata in forma moderna con Il Vampiro di John Polidori (1819), questa letteratura ha poi trovato il suo massimo splendore con Dracula di Bram Stoker (1897), dove la figura del conte rumeno si carica di erotismo, minaccia coloniale e suggestioni psicoanalitiche. Ma ci sono anche voci precedenti e parallele, come Carmilla di Sheridan Le Fanu (1872), che con sottile grazia anticipa molti temi legati all’identità sessuale e alla seduzione ambigua.

    Nel Novecento, Anne Rice rivoluziona il mito con Intervista col vampiro (1976), introducendo il vampiro introspettivo, esistenziale, sofferente. Una figura che non incute solo timore, ma genera empatia. Con la saga Twilight di Stephenie Meyer (2005), il vampiro entra nel mainstream adolescenziale e si carica di nuovi significati: il controllo, la purezza, l’amore idealizzato. Eppure, anche qui, sotto la superficie, resta vivo il conflitto tra istinto e repressione.

    Tra le opere più intense del nostro tempo c’è Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist (2004), romanzo nordico cupo e poetico che intreccia vampirismo, abbandono e disagio infantile. Una lettura che mostra come la figura del vampiro sia ancora fertile, capace di raccontare la solitudine e la violenza sottile dei giorni nostri.

    Accanto alla narrativa, anche la poesia ha saputo abbracciare l’immaginario vampiresco. Charles Baudelaire, nei Fiori del male, ci regala versi in cui il vampiro diventa metafora della passione distruttiva. Sylvia Plath lo utilizza per esprimere il legame tossico e viscerale col padre in Daddy, dove il vampiro “ha bevuto il mio sangue per un anno intero”. In forme più contemporanee, diversi poeti e scrittori emergenti, attraverso blog o riviste letterarie, utilizzano la figura del vampiro per riflettere sul vuoto digitale, sulla dipendenza affettiva, sulla fame di visibilità e autenticità.

    Nel contesto attuale, il vampiro non è più (solo) il conte oscuro che vive in castelli lontani. È una figura fluida, post-umana, che abita i social media, le relazioni inquiete, le notti insonni delle metropoli. È la fame emotiva, la ricerca disperata di qualcosa che ci faccia sentire vivi in un mondo dove tutto scorre troppo in fretta.

    Leggere letteratura vampiresca oggi significa riflettere su cosa siamo disposti a sacrificare per restare giovani, amati, presenti. Significa esplorare il confine tra ciò che ci nutre e ciò che ci consuma. Ogni vampiro ci pone la stessa domanda silenziosa: cosa resterà di te, quando tutto ciò che ami chiederà il tuo sangue?

    È un genere che non smette di parlarci perché parla, in fondo, di noi.

    2 commenti su Oltre il morso, letteratura vampiresca 
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    Costruire la fiducia e scoprire la realtà 

    6 giugno 2025
    Poesia consapevole

    ⸻

    Ci ho messo un po’ a capire cosa fosse davvero la fiducia. Per molto tempo ho creduto fosse qualcosa che si dà, che si regala interamente, come un pacchetto chiuso. Invece, col tempo, ho scoperto che la fiducia è fatta di strati, di piccole scelte quotidiane, e di ferite che ti insegnano a guardare meglio.Possiamo imparare dalle fiabe, ma dobbiamo vivere con occhi aperti. La fiducia non nasce solo nei libri: si coltiva ogni volta che scegliamo di crederci, anche senza garanzie.

    Questa poesia l’ho scritta nei giorni in cui mi sono resa conto che non sempre i lupi arrivano ringhiando. A volte entrano in silenzio, con il sorriso, nascosti dentro gesti che sembrano dolci. E allora ti accorgi che non basta chiudere la porta, perché certe crepe sono dentro, non fuori.

    “La Fiducia” è nata così: come un tentativo di dare forma a qualcosa che spesso non ha voce. È un modo per ricordarmi – e forse anche ricordarvi – che ricostruire non è un segno di debolezza, ma di forza. Che ogni volta che riprendiamo in mano i nostri ramoscelli, anche a mani nude, stiamo scegliendo di credere ancora.

    E questo, per me, è già volare.

    ⸻

    La Fiducia

    La fiducia era ben costruita da bambina.
    La fiducia era tutt’altro,
    non come adesso.
    La fiducia magari era leggere e rileggere
    1000 volte il Cappuccetto Rosso,
    non fidarsi dei lupi.

    La questione è che impari
    che i lupi entrano lo stesso.
    Non bussano,
    passano dalle crepe del silenzio.
    Ci sono predatori dell’anima
    vestiti da carezze,
    da promesse senza fondamenta.

    E da grande,
    scopri che non basta una porta
    per tenerli fuori.

    La fiducia allora è simile a un nido:
    si costruisce piano piano
    e con sforzo.
    Ramoscello dopo ramoscello,
    fiato dopo fiato,
    come se il cuore fosse un uccello
    che non ha ancora imparato
    a volare.

    Basta solo un attimo per spezzarlo.
    Basta che vada via
    un pezzo di muschio,
    un pezzo di paglia,
    e devi ricominciare da capo.
    Da zero.
    Con le mani nude.

    Sì, la fiducia è come un nido,
    oppure come una nave
    che piano piano
    deve prendere il volo
    (perché certe navi volano,
    quando credi abbastanza).
    Per arrivare a un altro pianeta,
    dove non serve chiudere a chiave.

    La fiducia è così.
    Si costruisce piano piano
    senza fretta,
    come un albero che cresce
    anche se nessuno lo guarda.

    E se cade,
    non fa rumore.
    Fa silenzio.
    Fa dentro.
    Fa tempo.

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    I fantasmi nella letteratura. Perché tornano? 

    5 giugno 2025
    Racconti e visioni brevi

    Ci sono notti in cui sento il bisogno di tornare alle parole. Non a quelle dette a voce alta, ma a quelle che abitano il silenzio. Apro un libro e cerco. Non sempre so cosa. A volte un conforto, altre una spiegazione, spesso un’assenza. Ed è proprio lì che li trovo: i fantasmi.

    Scrivo spesso di ciò che non si vede. Lo faccio per abitudine, per vocazione forse, ma anche perché credo che le cose più vere siano proprio quelle che ci attraversano senza lasciarsi toccare. I fantasmi della letteratura sono tra queste cose: non fanno paura come da bambini, ma ci somigliano. Raccontano le nostre ombre, le nostre mancanze, i legami che non siamo riusciti a sciogliere.

    Questo articolo nasce dal desiderio di guardarli da vicino. Di dare spazio a quelle presenze letterarie che tornano non per spaventare, ma per chiedere ascolto. Perché i fantasmi, nei libri come nella vita, a volte vogliono solo essere riconosciuti.

    Voci che non se ne vanno

    Ci sono momenti in cui torno nei libri come si torna in una vecchia casa. Apro le pagine non solo per cercare parole, ma per incontrare fantasmi. Non quelli che fanno paura, ma quelli che sussurrano. Sono le presenze che abitano tra le righe, che tornano a raccontare ciò che è rimasto in sospeso. A volte non cercano vendetta, ma attenzione. Vogliono essere ascoltati, riconosciuti. E in fondo, anche noi.

    I fantasmi nella letteratura non sono soltanto spiriti. Sono quello che non abbiamo detto, quello che ci insegue nei sogni, che si infila nei ricordi. Sono l’amore che non ha fatto in tempo, la colpa che non si è potuta espiare, la memoria che non si spegne. Tornano per risolvere ciò che noi non riusciamo a lasciar andare.

    Fantasmi letterari che lasciano traccia

    I fantasmi sono anime narranti. In Amleto di Shakespeare, il padre torna per chiedere giustizia, ma accende anche il dubbio. È l’inizio di una ricerca profonda, una ferita che non si può ignorare.

    In Cime tempestose, Emily Brontë fa di Catherine un’ombra che non vuole andarsene. È amore ostinato, non pacificato. È la tempesta del sentimento che non si rassegna alla fine.

    Nel racconto Il giro di vite di Henry James, invece, i fantasmi sono ambigui. Esistono davvero o sono riflessi dell’animo umano? James ci mette di fronte a una verità disturbante: il vero spettro potrebbe essere dentro di noi.

    Presenze contemporanee: quando il passato bussa ancora

    In Beloved di Toni Morrison, il fantasma è carne e voce. È la figlia perduta che torna, ed è insieme dolore e richiesta di perdono. Un romanzo necessario per ascoltare i silenzi lasciati dalla storia.

    In Lacci di Domenico Starnone, i fantasmi non sono visibili, ma si insinuano nei rapporti familiari. Sono i legami spezzati, le promesse non mantenute, la vita che non è andata come doveva.

    Nel delicato Le nostre anime di notte di Kent Haruf, il fantasma è la solitudine condivisa. È il tentativo di due anime di non scomparire nel silenzio, di lasciarsi conoscere prima che sia troppo tardi.

    E in Cose che non voglio dimenticare di Lara Prescott, tornano i ricordi, i segreti, le parole censurate. Sono presenze che riemergono nella scrittura, come frammenti di una verità che non vuole restare sepolta.

    Scrivere (e leggere) per lasciarli andare

    I fantasmi della letteratura ci attraggono perché parlano di noi. Delle nostre paure, delle nostre speranze, delle parti di noi che non trovano voce. Sono il nostro specchio, a volte oscuro, a volte tenero. Leggerli, per me, è anche un modo per lasciarli andare. Perché ogni storia che si racconta è una forma di liberazione. Un esorcismo dolce.

    Forse per questo li cerco. Per dare parola a ciò che non ha più corpo. Per ascoltare chi non può più parlare, ma ci parla ancora. Attraverso le pagine, attraverso il tempo, attraverso quel silenzio che solo la letteratura sa accogliere.

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    Perché visitare il museo del Rock Catanzaro? Un’esperienza immersiva.

    4 giugno 2025
    Interazioni

    Catanzaro mi ha lasciato un ricordo che porto ancora dentro, come una melodia che non si spegne. La mia visita al Museo del Rock, dopo la vittoria al concorso “Pensieri, parole, note musicali”, è stata una scoperta che ha acceso qualcosa in me. È un luogo che parla a chiunque abbia mai sentito una canzone toccargli l’anima, e voglio invitarti a viverlo, perché questo museo è un’esperienza che non puoi perderti.

    Nel cuore di Catanzaro, in Via Alessandro Turco 28, il Museo del Rock è un viaggio nella musica che ha cambiato il mondo. Creato dalla passione del dottor Piergiorgio Caruso, custodisce migliaia di tesori: vinili rari, poster d’epoca, strumenti che sembrano ancora suonare. Camminando tra le sale, ti ritrovi negli anni ’50 con Elvis, nei ’60 con i Beatles, fino al punk e al grunge. Ogni oggetto, dal manifesto di Woodstock a un disco introvabile di Lucio Battisti, racconta una storia di libertà, ribellione e sogni.

    Non è solo un museo, è un luogo vivo. Puoi ascoltare vinili, sfogliare riviste che raccontano la musica di un tempo, sentire l’energia di concerti e incontri con artisti. Qui sono passati nomi come Oliver Stone e Scarlet Rivera, la violinista di Bob Dylan, rendendo questo posto una fucina di cultura. È un’esperienza che ti avvolge, che tu sia un appassionato o un curioso in cerca di qualcosa di nuovo.

    Perché devi visitarlo?

    • Per viaggiare nel tempo: ogni sala ti porta in un’epoca diversa, facendoti rivivere la musica che ha segnato generazioni.
    • Per emozionarti: gli oggetti non sono solo “cose”, ma frammenti di storie che parlano di sogni, rivoluzioni e passioni.
    • Per vivere la musica: qui non guardi e basta, ascolti, tocchi, partecipi a eventi che fanno battere il cuore.
    • Per scoprire Catanzaro: il museo è una gemma nascosta che rende questa città ancora più speciale.

    L’ingresso è gratuito, ma controlla gli orari sulla pagina ufficiale o i canali social del museo. Non lasciartelo sfuggire: il Museo del Rock non è solo un luogo da vedere, ma un’esperienza da sentire. Entra, lasciati sorprendere e trova la tua canzone. Io l’ho fatto, e quelle note risuonano ancora in me.

    Nessun commento su Perché visitare il museo del Rock Catanzaro? Un’esperienza immersiva.
  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

    Lascia fuori il rumore.
    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

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    3 giugno 2025
    Voce degli altri

    Wislawa Szymborska: La Tua Guida Silenziosa alla Meraviglia

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    “La vita, per quanto lunga, sarà sempre corta. Troppo corta per aggiungere qualcosa.”
    Wislawa Szymborska

    Leggere Wislawa Szymborska è un gesto d’intimità. È come aprire una finestra dentro di sé e lasciare entrare una luce morbida, che non acceca ma rivela. Le sue parole non urlano mai: sussurrano, suggeriscono, osservano. Hanno il passo lento della riflessione, il respiro largo di chi ha imparato a non avere fretta.

    Non consiglio di leggerla, nel senso classico del termine. Perché un poeta come lei non si consiglia: si incontra. Per caso, per bisogno, per una fame che non sapevamo di avere. Wislawa ha questo dono raro: farti sentire compresa mentre parla di tutto, apparentemente, tranne che di te. E invece parla proprio a te.

    Nei suoi versi trovo il mio stesso stupore davanti alla normalità. Quella domanda che mi accompagna da sempre: perché proprio io, qui, ora? Il suo sguardo si posa sulle cose piccole, quelle che spesso passano inosservate, e le interroga senza giudicarle. C’è una tenerezza lucida nei suoi versi, un’ironia che non deride mai, ma che illumina.

    La sua poesia è attuale perché ci invita a rallentare, a guardarci intorno, a prendere in mano le parole con cura. In un tempo che ci vuole rapidi, performanti, visibili, lei ci parla di invisibilità, di dubbio, di respiro. Ci chiede: stai davvero guardando? Cosa scegli di non vedere?

    C’è qualcosa di profondamente terapeutico nel leggere Szymborska. Non ti consola, ma ti accompagna. Non ti promette risposte, ma ti ricorda che anche l’incertezza può essere uno spazio fertile. Leggerla per me è un atto di resistenza alla superficialità. Un ritorno al cuore delle cose. Un esercizio di umanità.

    Se è la prima volta che ti avvicini a lei, ti consiglio tre libri che ho amato profondamente:
    – “Vista con granello di sabbia”: una raccolta che attraversa tutta la sua poetica, piena di piccole rivelazioni.
    – “La fine e l’inizio”: qui trovi il suo sguardo più disarmante sul tempo, la guerra, la rinascita.
    – “Opere (1945-2009)”, edito da Adelphi: una raccolta completa per chi desidera percorrere l’intero arco della sua scrittura, in equilibrio tra ironia, dolore e meraviglia.

    Ecco perché continuo a leggerla. Perché nelle sue poesie trovo una forma di benessere sottile, una presenza che resta anche dopo aver chiuso il libro. Un silenzio che parla. Un invito, sempre valido, a restare svegli dentro la vita. E tu, hai mai incontrato Wislawa Szymborska?

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  • Benvenutə. Questo spazio è per te che ami rallentare.
    Per te che credi nella forza delle parole e nel silenzio che le accompagna.

    Qui troverai poesia, respiro e presenza.
    Non serve capire tutto.
    Basta sentire.

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    Resta un momento.
    Leggi con calma.
    E se vuoi, torna quando vuoi.

    “Il cane nella letteratura: specchio dell’umano e custode dell’empatia”

    2 giugno 2025
    Racconti e visioni brevi

    A volte penso che se il mondo fosse scritto con la stessa cura con cui un cane ci guarda, ci sarebbe meno bisogno di spiegazioni, di guerre, di giudizi. Il cane non chiede mai chi sei stato ieri. Ti ama oggi, con l’odore che hai addosso, con la voce che trema o l’anima che pesa. Ed è forse per questo che, quando li trovo tra le pagine dei libri, li seguo con una devozione che somiglia a quella che loro nutrono per noi, un amore silenzioso e incondizionato.
    Ci sono cani che mi hanno accompagnato nei momenti quieti della vita, non solo in carne e ossa, ma anche attraverso storie, romanzi, racconti. Uno dei primi che ho incontrato da bambina è stato Balto, l’eroe a quattro zampe che ha sfidato il gelo dell’Alaska per salvare dei bambini da un’epidemia. La sua forza non era quella dell’eroismo umano, ma dell’istinto puro, della dedizione assoluta, della volontà di andare avanti senza chiedere nulla in cambio. Balto non cerca medaglie: vive nel nostro ricordo. E quando rileggo la sua storia – o la rivedo nel film Balto del 1995 – provo sempre quella fitta dolceamara, un misto di fiducia cieca e amore puro.
    Un altro cane che mi ha conquistato il cuore è Hachiko, il fedele akita giapponese che, negli anni ’20, aspettava ogni giorno il suo padrone, Hidesaburo Ueno, alla stazione di Shibuya, anche dopo la sua morte improvvisa. Hachiko tornava, giorno dopo giorno, per quasi dieci anni, con una lealtà che supera ogni comprensione umana. La sua storia, raccontata in libri e film come Hachiko – Il tuo migliore amico, è un monumento alla fedeltà, un promemoria che l’amore di un cane non conosce confini, né di tempo né di perdita.
    E poi c’è La carica dei 101, con i suoi Pongo e Perdita, i coraggiosi genitori che guidano un’audace missione di salvataggio, affiancati da cani di strada, spesso dimenticati, ma capaci di slanci generosi. Questa non è solo una favola: è un inno alla resistenza, alla famiglia allargata, a quell’amore che non ha bisogno di legami di sangue, ma vive di affetto puro. Ogni cane di quella storia, dal più elegante al più spelacchiato, è un universo in movimento, un cuore che batte per salvare e amare.
    Non mancano i cani che ci fanno sorridere, come Snoopy, l’iconico beagle di Charles M. Schulz nella serie Peanuts. Snoopy non è solo un cane: è un sognatore, un aviatore, uno scrittore, un amico che, dalla cima della sua cuccia, immagina mondi e ci insegna a guardare la vita con leggerezza e fantasia. Attraverso le sue strisce, Schulz ci regala un cane che è specchio delle nostre aspirazioni, delle nostre piccole follie, e ci ricorda che anche nei momenti più semplici c’è spazio per la poesia.
    La letteratura per l’infanzia sa catturare questa magia in modo unico. Penso a Lilli e il Vagabondo, la storia di una cocker spaniel raffinata e di un randagio dal cuore d’oro, che ci porta in un’avventura romantica e ribelle. Questo racconto, nato dal libro di Ward Greene e immortalato dal film Disney, celebra l’incontro tra mondi diversi, uniti dall’amore e dalla libertà. Lilli e il Vagabondo ci insegnano che la bellezza sta nell’accettarsi, nel condividere un piatto di spaghetti sotto le stelle, nel trovare casa l’uno nell’altro.
    E come dimenticare Rex, il pastore tedesco protagonista di tante storie, dai romanzi alle serie TV come Il commissario Rex? Rex è l’emblema del cane coraggioso, intelligente e leale, sempre pronto a proteggere e a risolvere misteri al fianco del suo compagno umano. Con la sua determinazione e il suo fiuto, ci ricorda che i cani non sono solo amici, ma anche alleati, capaci di insegnarci il valore del coraggio e della fiducia.
    Ma non è solo la letteratura per bambini a dare voce ai cani. Alcuni scrittori hanno saputo usarli per illuminare l’umano in modo più chiaro di qualsiasi saggio. Timbuktu di Paul Auster, con il suo Mr. Bones, mi ha svelato il dolore e la perdita attraverso gli occhi di un cane, rendendoli al tempo stesso più crudi e più sopportabili. Ho pianto per lui come si piange per una parte di sé che non si è protetta abbastanza. E poi c’è Flush, il cocker spaniel di Virginia Woolf, compagno della poetessa Elizabeth Barrett Browning. Flush è testimone di amori, prigioni dorate e libertà conquistate, uno sguardo sensibile che respira emozioni senza mai tradirle. Quanti di noi possono dire lo stesso?
    I contesti della letteratura sui cani
La letteratura che parla di cani trova casa in molteplici contesti, ognuno capace di valorizzarne il potenziale emotivo ed educativo. Nelle scuole, libri come Zanna Bianca o Belle e Sébastien possono essere usati per insegnare ai bambini l’empatia, il rispetto per gli altri e la responsabilità, mostrando come i cani ci guidino a comprendere il valore della lealtà e della cura. In ambito terapeutico, queste storie diventano strumenti preziosi: leggere di Hachiko o di Marley può confortare chi affronta un lutto o una perdita, offrendo un ponte per elaborare emozioni complesse attraverso la prospettiva pura di un cane. Nelle biblioteche e nei circoli di lettura, i romanzi sui cani, come Timbuktu o Flush, stimolano discussioni profonde sull’umanità, l’amore e la fragilità, unendo lettori di ogni età. Anche in contesti personali, regalare o leggere un libro su un cane può essere un gesto intimo, un modo per celebrare il legame con il proprio animale o per onorare un ricordo. In festival letterari o eventi culturali, infine, i cani della letteratura possono ispirare dibattiti su come gli animali arricchiscano la nostra storia emotiva, spingendoci a scriverne e leggerne sempre di più.
    Credo che la letteratura abbia un compito delicato e urgente: ricordarci quanto i cani siano parte della nostra storia emotiva. Dovremmo scriverne di più, leggerne di più, raccontarli ai bambini non solo come compagni di gioco, ma come maestri di empatia. Un bambino che cresce con un cane, che legge di cani, che impara a leggere attraverso un cane, è un bambino che sarà meno egoista, perché i cani ci insegnano il tempo dell’altro, il rispetto degli spazi, il silenzio pieno di presenze.
    La letteratura per l’infanzia ha un potere quasi terapeutico. Penso a Belle e Sébastien, alla tenerezza viscerale tra un bambino e il suo cane gigante, o a Zanna Bianca di Jack London, dove un lupo impara la fiducia attraverso la pazienza umana, dopo una vita di crudeltà. Sono storie che non parlano solo di amore per gli animali: ci guidano a diventare persone migliori.
    Oggi, più che mai, raccontare i cani è un atto d’amore e di memoria. Ci hanno accompagnato nei lutti, nei traslochi, nelle notti insonni e nei giorni di sole. Hanno ascoltato poesie senza interromperci, ci hanno seguito nei cambiamenti senza paura, hanno fatto la guardia non solo alle porte, ma alle nostre fragilità.
    Scriverli, leggerli, onorarli nella letteratura non è solo un esercizio estetico: è un dovere affettivo, un modo per dire “grazie” a chi ci ha amato più di quanto noi fossimo capaci di amare noi stessi.
    Perché un cane non è mai solo un cane. È casa, anche quando casa non c’è.
È parola, anche quando non riusciamo a dirla.
È letteratura, anche quando tutto il resto tace.

    Letture consigliate sui cani
    Ecco una selezione di libri che celebrano i cani, perfetti per esplorare questo legame speciale:
    Per bambini:
    • Zanna Bianca di Jack London: un classico che segue un lupo-cane nel suo percorso verso la fiducia e l’amore, grazie alla pazienza umana.
    • La carica dei 101 di Dodie Smith: l’avventura di Pongo, Perdita e dei loro cuccioli, un inno al coraggio e alla famiglia.
    • Belle e Sébastien di Cécile Aubry: una storia tenera sull’amicizia tra un bambino e il suo cane pirenaico, piena di cuore e avventura.
    • Lilli e il Vagabondo di Ward Greene: la storia romantica e ribelle di due cani diversi, uniti dall’amore e dalla libertà.
    Per adulti:
    • Timbuktu di Paul Auster: un racconto struggente dal punto di vista di Mr. Bones, un cane che riflette sulla vita e sulla perdita.
    • Flush. Una biografia di Virginia Woolf: un ritratto poetico del cocker spaniel di Elizabeth Barrett Browning, testimone sensibile di amori e libertà.
    • Hachiko. Il cane che aspettava di Lluis Prats: la commovente storia vera di Hachiko, simbolo di lealtà eterna, che aspetta il suo padrone alla stazione.
    • Marley & Me di John Grogan: una memoir divertente e toccante sulla vita con Marley, un labrador esuberante e amatissimo.
    • Snoopy e i Peanuts di Charles M. Schulz: una raccolta di strisce che celebrano Snoopy, il beagle sognatore che ci insegna a volare con l’immaginazione.
    • Rex e il commissario di Maria Grazia Crozzoli: un romanzo ispirato alle avventure del pastore tedesco Rex, coraggioso e leale, compagno ideale in indagini e sfide.

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    “La Letteratura Rosa: Un Viaggio nel Cuore delle Emozioni”

    1 giugno 2025
    Racconti e visioni brevi

    Sono sempre stata affascinata dalla letteratura rosa, un genere che, nonostante i pregiudizi, ha il potere di esplorare le profondità delle emozioni umane, delle relazioni e dei sogni. Spesso considerato “leggero”, il romanzo rosa è in realtà una celebrazione dell’amore in tutte le sue forme: romantico, familiare, amicale e, soprattutto, verso sé stessi. È un genere che mi ha accompagnato in momenti di leggerezza, ma anche di riflessione, offrendomi storie in cui potermi rispecchiare, sognare e, a volte, guarire. In questo articolo, vi porterò nel mondo della letteratura rosa, consigliandovi alcune opere che ne rappresentano l’essenza e, alla fine, vi raconterò i benefici che questo genere ha portato nella mia vita.

    Cos’è la Letteratura Rosa?

    La letteratura rosa, o romance, è un genere narrativo che pone al centro l’amore e le relazioni sentimentali. Le sue radici affondano nei romanzi del XVIII e XIX secolo, come quelli di Jane Austen, che con “Orgoglio e Pregiudizio” ha dato vita a un archetipo di storia d’amore ancora oggi amatissimo. Nel tempo, il genere si è evoluto, abbracciando temi moderni come l’empowerment femminile, la diversità e la complessità delle relazioni contemporanee. Che si tratti di una commedia romantica, di un dramma passionale o di una storia con elementi paranormali, il rosa offre un’ampia varietà di sottogeneri per ogni gusto.

    Romanzi Rosa da Non Perdere

    Ecco alcune opere che, a mio avviso, rappresentano al meglio la bellezza e la versatilità della letteratura rosa. Ho scelto titoli che spaziano tra classici e contemporanei, per darvi un assaggio della ricchezza di questo genere.

    1. “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen
      Un classico intramontabile. La storia di Elizabeth Bennet e Mr. Darcy è un viaggio di crescita personale, fraintendimenti e, infine, amore sincero. Mi ha conquistato per il modo in cui Austen intreccia ironia, critica sociale e una storia d’amore che sfida le convenzioni dell’epoca. Perfetto per chi ama le storie senza tempo.
    2. “Il Diario di Bridget Jones” di Helen Fielding
      Questo romanzo contemporaneo è una commedia romantica esilarante e sincera. Bridget, con le sue insicurezze e il suo humor, mi ha fatto ridere e riflettere sulla ricerca dell’amore e dell’accettazione di sé. È una lettura leggera ma profonda, ideale per chi cerca una storia moderna e relatable.
    3. “Rosso, Bianco & Sangue Blu” di Casey McQuiston
      Una storia d’amore fresca e inclusiva, che racconta la relazione tra Alex, figlio della presidente degli Stati Uniti, e Henry, principe d’Inghilterra. Mi ha emozionato per il modo in cui affronta temi come l’identità, la diversità e il coraggio di essere sé stessi, il tutto condito da dialoghi brillanti e momenti romantici indimenticabili.
    4. “La Moglie del Califfo” di Renée Ahdieh
      Ispirato a “Le Mille e una Notte”, questo romanzo mescola romance, fantasy e intrighi. La protagonista, Shahrzad, è una giovane donna forte e determinata che mi ha conquistato con la sua intelligenza e il suo coraggio. La storia d’amore, che nasce tra tensione e mistero, è coinvolgente e poetica.
    5. “Beach Read” di Emily Henry
      Una commedia romantica che esplora il contrasto tra due scrittori: uno di romanzi rosa, l’altro di narrativa letteraria. Mi ha colpito per il modo in cui gioca con i cliché del genere, offrendo una storia dolce, divertente e riflessiva sull’amore e sulla creatività.

    I Benefici della Letteratura Rosa

    Leggere romanzi rosa è stato per me un’esperienza trasformativa. Innanzitutto, mi ha permesso di sognare e di evadere dalla routine quotidiana, regaland mi momenti di leggerezza e speranza. In un mondo spesso caotico, queste storie mi hanno offerto un rifugio sicuro, dove l’amore e il lieto fine sono sempre possibili. Ma non si tratta solo di escapismo: il rosa mi ha insegnato l’importanza di ascoltare le mie emozioni, di valorizzare le relazioni e di credere in me stessa.

    Queste storie, spesso scritte da donne per le donne, mi hanno fatto riflettere sull’empowerment femminile, mostrandomi protagoniste forti, indipendenti e capaci di affrontare le sfide della vita. Inoltre, la diversità sempre più presente nel genere mi ha aperto gli occhi su prospettive nuove, aiutandomi a comprendere meglio le esperienze altrui.

    Dal punto di vista emotivo, la letteratura rosa mi ha aiutato a coltivare l’ottimismo e la resilienza. Leggere di personaggi che superano ostacoli per trovare l’amore e la felicità mi ha ispirato a non arrendermi di fronte alle difficoltà. Infine, queste storie mi hanno regalato un senso di comunità: condividere letture e parlarne con altre appassionate è un modo per connettersi e celebrare insieme la bellezza dell’amore.

    In conclusione, la letteratura rosa è molto più di un semplice passatempo. Per me, è stata una fonte di ispirazione, conforto e crescita personale. Vi invito a immergervi in una di queste storie e a scoprire, come ho fatto io, il potere trasformativo dell’amore narrato.

    1 commento su “La Letteratura Rosa: Un Viaggio nel Cuore delle Emozioni”
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Vanessa Fazzolari

Crescita personale e letteratura

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