Mi ci è voluto tempo per capirlo. Per anni, ho pensato che essere “troppo emotiva” fosse un difetto da correggere, una fragilità da mascherare dietro sorrisi di circostanza o razionalità forzata. Le emozioni forti mi facevano sentire inadeguata, fuori posto, sbagliata. Ma più cercavo di spegnerle, più mi bruciavano dentro. Finché un giorno ho fatto una scoperta semplice e potentissima: non devo soffocare quello che sento. Devo imparare a starci. A restare. A respirare, anche quando fa male.
E da lì è iniziato tutto.
La disciplina emotiva non è autocontrollo rigido, né freddezza. Non significa fingere di non provare nulla. Al contrario: vuol dire accogliere le emozioni con consapevolezza, senza farmi travolgere. È la capacità di stare con quello che sento, senza diventare ciò che sento. Un equilibrio sottile, a volte precario, ma fondamentale per vivere in modo pieno e autentico.
Viviamo in una cultura che ci polarizza: da un lato ci chiede di essere razionali e distaccati, dall’altro ci invita a “seguire sempre il cuore”, senza filtri. Ma esiste una terza via, ed è quella della presenza emotiva. Una via fatta di ascolto interiore, piccoli gesti quotidiani e pazienza verso sé stessi.
Disciplinare le emozioni non è controllarle. È imparare a stare con loro.
È riconoscere quando sto per perdere la calma… e scegliere di respirare. È sentire l’ansia… e provare ad ascoltare cosa mi sta dicendo. È piangere senza giudizio… ma senza lasciarmi definire da quella tristezza. È non permettere a un momento di sconforto di distruggere legami importanti.
Questa forma di disciplina non ha niente a che fare con la durezza. Al contrario, è una forza gentile. Una capacità silenziosa che trasforma il mio modo di relazionarmi: con me stessa, con chi mi è vicino, con il mondo.
Se anche a te capita di sentirti sopraffattə dalle emozioni, sappi che non sei solə.
Non sei “troppo sensibile”, non sei “esageratə”. Sei umano o umana. E come ogni essere umano, meriti di imparare a conoscere ciò che provi, senza paura e senza vergogna. Meriti uno spazio sicuro dove emozionarti, sbagliare, ricalibrarti. Dove sentire non è una colpa, ma un modo per vivere davvero.
Ti va di condividere questo pensiero? Se ti risuona qualcosa in queste righe, lascia un commento: come vivi tu le emozioni forti? Hai trovato strategie che ti aiutano a non farti sommergere? Condividere può aiutare più di quanto immagini.
20 libri per avvicinarsi alle emozioni (senza esserne travolti)
Per adulti:
“Intelligenza emotiva” – Daniel Goleman “Le emozioni che curano” – David Servan-Schreiber “La trappola della felicità” – Russ Harris “Donne che corrono coi lupi” – Clarissa Pinkola Estés “Le emozioni. Istruzioni per l’uso” – Umberto Galimberti “Il potere di adesso” – Eckhart Tolle “Il coraggio di essere imperfetti” – Brené Brown “Mindfulness per principianti” – Jon Kabat-Zinn “Emozioni distruttive” – Dalai Lama & Daniel Goleman “La forza delle emozioni” – Esther Perel
Per bambini (e genitori):“Il mostro dei colori” – Anna Llenas “Che rabbia!” – Mireille d’Allancé “I colori delle emozioni” – Anna Llenas (versione pop-up) “La mia emozionoteca” – Cristina Petit “Il punto” – Peter H. Reynolds “Quando ho voglia di urlare” – Aurélie Chien Chow Chine “Emozioni!” – Maria Rita Parsi “Respira” – Inês Castel-Branco “Il pentolino di Antonino” – Isabelle Carrier “Ci sono bambini a zig-zag” – Gek Tessaro
Negli ultimi anni mi sono resa conto di quanto le parole che uso con me stessa influenzino ogni singola parte della mia vita. Non parlo solo del modo in cui mi parlo davanti allo specchio o nei momenti di crisi, ma proprio delle storie che continuo a ripetermi — quelle invisibili, silenziose, che guidano le mie scelte senza che me ne accorga. Storie che mi dicono chi sono, cosa posso fare, cosa merito. Alcune le ho create io, altre mi sono state cucite addosso. E per tanto tempo non ho mai pensato di poterle cambiare.
Poi qualcosa è scattato. Ho iniziato a guardare quelle frasi con un occhio più lucido, più gentile. Mi sono chiesta: “E se questa non fosse l’unica versione possibile di me?”
Questa riflessione mi ha portata a riscrivere la mia narrativa, poco a poco. Non per fingere di essere qualcun altro, ma per tornare a essere più me stessa.
Se anche tu senti che alcune storie su di te ti stanno strette, forse questo post può offrirti qualche spunto per alleggerire quel peso.
E se ti va, raccontami nei commenti qual è la frase che senti di dover riscrivere nella tua vita — o condividi questo articolo con qualcuno che, come te, sta cercando un nuovo modo di raccontarsi.
Ascolta le tue frasi automatiche Ogni volta che dici “io sono sempre stato così” o “non riuscirò mai”, fermati. Quelle frasi non descrivono chi sei, ma chi credi di essere. E spesso sono parole prese in prestito da qualcun altro. Chiediti: a chi appartiene questa storia? Molte convinzioni su di te derivano da frasi sentite da genitori, insegnanti, ex partner. È ora di capire quali sono davvero tue e quali puoi lasciare andare. Rileggi il tuo passato con occhi nuovi Ogni fallimento, ogni errore, ogni “non ce l’ho fatta” può essere riletto come fase di crescita. Non per romanticizzarlo, ma per ridargli senso. Cambia il linguaggio che usi con te stesso Invece di dire “sono un disastro con le relazioni”, prova con “sto imparando cosa vuol dire stare bene con qualcuno”. Le parole modellano la realtà. Pratica la gratitudine verso la versione passata di te Anche quella che ha fatto scelte sbagliate. Senza quella versione, non saresti dove sei ora. Interrompi il dialogo interno tossico Se non diresti certe cose al tuo migliore amico, non dirle nemmeno a te. Seriamente. Sii curioso, non giudicante Quando scopri un tuo “difetto”, non correre a etichettarlo. Osservalo, chiediti da dove arriva. Curiosità > autocritica. Ritagliati momenti di silenzio La confusione mentale spesso viene da troppe voci esterne. Il silenzio ti aiuta a risentire la tua voce, quella vera. Scrivi la nuova versione della tua storia Letteralmente. Prendi carta e penna e scrivi come ti vuoi raccontare d’ora in poi. Non dev’essere tutto realistico. Dev’essere possibile. Ricorda: puoi cambiare narrazione ogni volta che vuoi Non serve aspettare un evento speciale. Ogni giorno è un nuovo paragrafo. Può essere anche solo una virgola diversa. Ma quella virgola può cambiare il senso di tutto.
Ci sono notti in cui il buio non è solo assenza di luce. È voce. Presenza. Qualcosa che cammina al nostro fianco anche quando non vogliamo sentirlo. Crescendo, ho imparato che l’orrore più profondo non abita sempre in un mostro sotto il letto, ma nel silenzio che lasciamo crescere dentro. Nella memoria che ritorna, nella parola che manca.
Scrivo horror perché nel terrore ritrovo sincerità. È un genere che non si vergogna di essere crudo, emotivo, imperfetto. L’horror non indossa filtri: mostra le crepe, le ferite, i desideri nascosti. E ci invita a guardarli. Per questo mi affascina.
Poesia – “Mi segue l’ombra”
Mi segue l’ombra,
non ha volto né passi,
ma sa dove ferisce la mia memoria.
Nel silenzio fradicio del cuore
ascolto la voce delle cose taciute.
Un fiato caldo sulle scapole,
una carezza che brucia come sale.
Mi domando:
è un sogno che muore
o il risveglio che uccide?
– Scritta da me, Vanessa Fazzolari
La letteratura horror nasce dal bisogno di dare un volto alla paura. Prima ancora che fosse un genere, era una pulsione narrativa: raccontare l’inspiegabile, mettere parole al terrore, all’ignoto, alla morte.
Tutto comincia nel XVIII secolo, con il romanzo gotico. Il castello di Otranto (1764) di Horace Walpole è considerato il capostipite: castelli infestati, apparizioni, segreti sepolti. Da lì, il brivido prende forma. Poi arriva Mary Shelley con Frankenstein (1818), e l’orrore diventa anche scientifico, morale, profondamente umano. Il mostro non è più solo fuori: è dentro l’uomo.
Edgar Allan Poe porta la paura nel cuore della psiche. Scrive del delirio, del lutto, dell’ossessione. H.P. Lovecraft va oltre: il suo “orrore cosmico” racconta l’impotenza dell’uomo di fronte all’inconoscibile.
A fine Ottocento, Bram Stoker firma Dracula, opera che fonde sensualità e minaccia, creando un’icona immortale. Nel Novecento, l’horror si moltiplica: Shirley Jackson con L’incubo di Hill House esplora la follia domestica; Richard Matheson con Io sono leggenda intreccia apocalisse e solitudine.
Poi arriva Stephen King, il re dell’horror moderno. Carrie, Shining, It… i suoi romanzi raccontano le paure quotidiane con uno sguardo profondo e spietato: bullismo, isolamento, dipendenza, violenza familiare. King non scrive di mostri: scrive dell’uomo.
Negli ultimi anni, il genere horror ha vissuto una trasformazione radicale. È diventato sociale, politico, intimo. Non più solo sangue e ombre, ma identità, traumi, marginalità.
Autrici come Mariana Enriquez, con Le cose che abbiamo perso nel fuoco, parlano di violenza, femminismo, Sud America. Silvia Moreno-Garcia in Mexican Gothic fonde folklore e critica coloniale. Paul Tremblay, Carmen Maria Machado, Tananarive Due, raccontano l’orrore che nasce nei corpi, nelle famiglie, nei ricordi.
Anche in Italia il genere si sta rinnovando. Giovani autori e autrici lo reinterpretano con uno sguardo contemporaneo, più psicologico e poetico, spesso contaminato da noir, realismo e autofiction. L’horror oggi è più vicino a noi che mai.
Perché l’horror non mente. Scava, mette a nudo, attraversa il buio per restituire luce. È un modo per elaborare ciò che ci fa tremare, ma anche ciò che ci rende vivi. La paura, dopotutto, non è che il rovescio dell’amore: entrambe ci scuotono, ci fanno sentire.
20 libri horror contemporanei da leggere oggi
Le cose che abbiamo perso nel fuoco – Mariana Enriquez Una testa piena di fantasmi – Paul Tremblay La casa sull’argine – Daniela Raimondi Her Body and Other Parties – Carmen Maria Machado Mexican Gothic – Silvia Moreno-Garcia La casa delle voci – Donato Carrisi La notte che uccisi Jim Morrison – Luca Raimondi Il rituale – Adam Nevill Il silenzio della città bianca – Eva García Sáenz de Urturi The Only Good Indians – Stephen Graham Jones L’incubo di Hill House – Shirley Jackson Pet Sematary – Stephen King Bird Box – Josh Malerman The Fisherman – John Langan Il quinto figlio – Doris Lessing Questo giorno che incombe – Antonella Lattanzi Revenant – Redenzione – Katja Centomo Il segreto del bosco vecchio – Dino Buzzati Il bambino indaco – Marco Franzoso Il buio oltre la siepe – Roberto Camurri
Ci sono giorni in cui sento che la mia mente non mi appartiene. Gira in tondo, ripete frasi che ho detto, analizza silenzi, anticipa reazioni, immagina errori. Il corpo vorrebbe dormire, ma i pensieri continuano il turno di notte. E io resto lì, lucida ma sfinita.
È in quei momenti che capisco davvero cosa significhi pensare troppo. Non è riflettere con profondità. È restare intrappolati in un pensiero che, invece di illuminare, confonde. Un pensiero che, invece di guidare, trattiene. Un pensiero che, invece di aiutare, fa male.
La parola overthinking viene dall’inglese e significa letteralmente “pensare troppo”. In psicologia, è considerato un processo di ruminazione mentale, ovvero un’attività di pensiero continua e ripetitiva che non porta a soluzioni, ma alimenta ansia, insicurezza e blocchi emotivi.
Spesso l’overthinking si manifesta in persone molto sensibili, riflessive o perfezioniste. Ma non è una dote: è un cortocircuito. La mente, invece di aiutare a comprendere, diventa un luogo affollato, caotico, dove è difficile orientarsi e respirare.
Dal punto di vista clinico, l’overthinking è associato a disturbi d’ansia, depressione e bassa autostima. Si manifesta con difficoltà nel prendere decisioni, insonnia, stanchezza mentale e una tendenza a rivivere all’infinito ciò che si è detto o ciò che potrebbe succedere.
Pensare troppo, insomma, non è solo un’abitudine fastidiosa: può diventare un ostacolo al benessere quotidiano. La buona notizia è che si può imparare a gestirlo. Non si tratta di smettere di pensare, ma di pensare meglio, in modo più gentile, lucido e funzionale.
Ecco alcuni suggerimenti semplici ma efficaci per uscire dal ciclo dell’overthinking:
Accorgersi del pensiero, senza giudicarsi Il primo passo è riconoscere che si sta rimuginando. Basta dirsi: “Mi sto preoccupando. Posso notarlo, ma non lasciarmi travolgere.” La consapevolezza è il primo antidoto.
Scrivere per liberare la mente Mettere i pensieri su carta aiuta a vederli dall’esterno. Scrivere è come fare ordine in una stanza disordinata: permette di capire cosa tenere e cosa lasciar andare.
Darsi un tempo definito per pensare Concedersi ogni giorno 10-15 minuti per riflettere su ciò che preoccupa. Passato quel tempo, si torna alla vita. È un modo per allenare la mente a non vivere in modalità di allarme perenne.
Tornare al corpo e al momento presente L’overthinking è tutto nella testa. Il corpo, invece, vive nel presente. Camminare, respirare profondamente, fare yoga o una doccia calda sono modi per ritrovare equilibrio.
Chiedersi: “Questo pensiero mi è utile?” Non tutti i pensieri sono veri o costruttivi. Spesso quelli ricorsivi ci bloccano più che aiutarci. Imparare a metterli in discussione è un atto di libertà mentale.
Accettare che non tutto può essere controllato Il bisogno di prevedere ogni cosa è spesso ciò che alimenta il pensiero ossessivo. Accettare che qualcosa possa andare diversamente da come vogliamo è difficile, ma necessario.
Proteggersi dal rumore Il sovraccarico digitale alimenta l’overthinking. Ogni tanto, è utile staccarsi da social, notifiche e confronto costante. Il silenzio non è vuoto: è spazio per ascoltarsi davvero.
Pensare troppo nasce spesso dal tentativo di avere tutto sotto controllo. Ma la verità è che quel controllo non esiste. E, se esiste, non ci rende felici. La tranquillità arriva non quando abbiamo risposte per tutto, ma quando impariamo a vivere con ciò che è incerto.
La mente può essere un labirinto, ma anche un giardino. Dipende da come la coltiviamo. Con gentilezza, cura e silenzi buoni, possiamo tornare a sentirci a casa nei nostri pensieri. Non perfetti, ma veri. Non leggeri per forza, ma liberi.
Per chi desidera approfondire, ecco alcuni libri preziosi sul tema:
Il potere di adesso – Eckhart Tolle Un libro sulla presenza e sulla consapevolezza. Insegna a vivere nel presente e a smettere di identificarsi con i pensieri.
Pensieri lenti e veloci – Daniel Kahneman Un saggio illuminante sulla mente umana. Spiega come i pensieri automatici e riflessivi influenzino il nostro comportamento.
Stop Overthinking – Nick Trenton Manuale pratico con tecniche concrete per ridurre il rimuginio mentale e gestire l’ansia quotidiana.
Come smettere di farsi seghe mentali e godersi la vita – Giulio Cesare Giacobbe Ironico e accessibile, questo libro propone un approccio leggero e orientato al presente.
La sottile arte di fare quello che cazzo ti pare – Mark Manson Un invito a lasciar andare il controllo e le aspettative irrealistiche, liberandosi dal bisogno di pensare a tutto.
Pensare è un dono. Ma anche imparare a smettere lo è.
Dalla poesia di Alda Merini alle narrazioni di Sciascia e Winslow, un’analisi delle mafie come fenomeno culturale e sociale.
Poesia di Alda Merini per Giovanni Falcone
La mafia sbanda, la mafia scolora, la mafia scommette, la mafia giura che l’esistenza non esiste, che la cultura non c’è, che l’uomo non è amico dell’uomo. La mafia è il cavallo nero dell’Apocalisse che porta in sella un relitto mortale, la mafia accusa i suoi morti. La mafia li commemora con ciclopici funerali, così è stato per te, Giovanni, trasportato a braccia da quelli che ti avevano ucciso.
Parlare di mafia significa esplorare un fenomeno complesso, che intreccia storia, cultura, letteratura e cronaca. Non esiste una sola mafia, ma mafie plurali, ciascuna con logiche distinte: dalla ritualità della ’Ndrangheta alla ferocia imprenditoriale della Camorra, fino alla rete sofisticata di Cosa Nostra. Questo articolo è un viaggio che parte dall’etimologia del termine e arriva alle sue ramificazioni globali, passando per poesia, narrativa civile e analisi storica. È un invito a comprendere, per resistere.
Le radici del termine “mafia” La parola “mafia” ha origini affascinanti e ambigue. Deriva dal siciliano mafiusu, che richiama l’arabo marfud (“escluso”, “ribelle”). Nell’Ottocento, appare nel teatro con I mafiusi de la Vicaria (1863) e si consolida come sinonimo di criminalità organizzata. Da simbolo di fierezza, “mafia” diventa presto emblema di un potere oscuro che prospera nell’ombra.
I “bravi” di Manzoni: un’anticipazione letteraria Ne I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni introduce i “bravi”, figure che incarnano la violenza al servizio dei potenti. La loro etimologia (pravus, “malvagio”) ne rivela la natura sinistra. Sbirri al soldo di Don Rodrigo, i bravi anticipano il moderno sicario mafioso. Manzoni denuncia l’arroganza del potere, l’impotenza delle vittime e l’inerzia delle istituzioni con un realismo che risuona ancora oggi.
La mafia nella letteratura italiana La letteratura italiana ha raccontato la mafia con coraggio, rompendo il muro dell’omertà. Leonardo Sciascia, con Il giorno della civetta (1961), svela una struttura criminale protetta dal silenzio e dall’indifferenza dello Stato, dando vita alla narrativa civile. Giosuè Calaciura, in Malacarne (1998), dà voce a un killer, immergendo il lettore nella violenza sistemica. Nino Di Matteo e Salvo Palazzolo, in Collusi (2015), indagano i legami tra mafia e potere con un’inchiesta tagliente. Altre opere significative:
Lo Scurpiddu di Luigi Capuana: accenni a una criminalità primitiva.
I mafiosi della Vucciria: dramma popolare sul potere violento del Settecento.
I Beati Paoli di Luigi Natoli: una società segreta considerata da alcuni una proto-mafia.
Gente di rispetto: il paradosso del mafioso “onorato” dalla comunità.
Mafie italiane: un confronto
Cosa Nostra (Sicilia)
Struttura piramidale con una “cupola” decisionale.
Attiva in narcotraffico, estorsione, appalti e infiltrazione politica.
Influenza globale, con legami storici negli Stati Uniti.
Camorra (Campania)
Organizzazione frammentata, con clan autonomi e spesso in conflitto.
Specializzata in droga, rifiuti, contraffazione e usura.
Forte presenza urbana e connessioni internazionali.
’Ndrangheta (Calabria)
Fondata su vincoli familiari e riti iniziatici arcaici.
La mafia italiana più potente, con una rete globale.
Fatturati miliardari da narcotraffico, appalti e riciclaggio.
Oltre confine: i sicari latinoamericani In America Latina, i sicari dei cartelli messicani e colombiani sono spesso giovanissimi, addestrati alla violenza in contesti dove lo Stato è assente o complice. Don Winslow, con Il potere del cane, racconta le guerre tra cartelli e DEA. Massimo Carlotto, in Il corriere colombiano, offre uno sguardo italiano su un mondo in cui legalità e corruzione si intrecciano.
20 libri per approfondire
Mafia italiana: storia e cultura
Cosa Nostra: A History of the Sicilian Mafia – John Dickie: analisi storica della mafia siciliana.
Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia: capolavoro sulla lotta all’omertà.
Il sasso in bocca – Michele Pantaleone: una delle prime inchieste sulla mafia.
La mafia del Brenta – Arianna Zottarel: la criminalità organizzata nel Nord Italia.
Una strage semplice – Nando Dalla Chiesa: riflessioni sulle stragi mafiose.
Le due guerre – Gian Carlo Caselli: la lotta alla mafia di un magistrato.
Il male non è qui – Antologia Mondadori: testi sulla criminalità organizzata.
Solo è il coraggio – Roberto Saviano: omaggio a Giovanni Falcone.
L’eredità di un giudice – Maria Falcone: testimonianza sull’eredità di Falcone.
Atlante delle mafie – Raccolta di saggi: un quadro delle mafie italiane.
Mafia americana e internazionale
Confessioni di un killer della mafia – Philip Carlo: la voce di un sicario americano.
Cosa Nostra – John Dickie: include la mafia americana.
Sei pezzi da mille – James Ellroy: noir sulla criminalità organizzata.
Mafia Amerika – Testi investigativi: inchieste sul crimine americano.
The Ice Man – Philip Carlo: biografia di un killer mafioso.
Sicari e cartelli latini
Il potere del cane – Don Winslow: epica delle guerre tra cartelli.
Il corriere colombiano – Massimo Carlotto: uno sguardo sul narcotraffico.
La Regina del Sud – Arturo Pérez-Reverte: storia di una donna al vertice di un cartello.
Cartel Trilogy – Don Winslow: saga sul narcotraffico messicano.
Narcoland – Anabel Hernández: inchiesta sul potere dei cartelli.
Comprendere le mafie significa smantellarne i miti e riconoscerne le radici storiche, sociali e culturali. È un atto di consapevolezza che diventa resistenza. Come scrive Alda Merini, la mafia sbanda solo quando la coscienza collettiva smette di sostenerla. Con la cultura e il coraggio, possiamo farla scolorare.
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